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A, B, C. It’s as easy as 1, 2, 3…

Musica. È una di quelle cose di cui non ti liberi facilmente. Non se per un tempo, nei pomeriggi dopo la scuola o nelle serate tra amici, sotto un impassibile occhio di bue o intorno ai fuochi estivi, le hai lasciato condurre il gioco; non se lei ti ha mostrato i germogli di una melodia sbocciare in fragranti composizioni, se hai assaporato l’equilibrio instabile di una fuga risolversi intuitivamente oltre le rapide degli stretti, se ascoltando una traccia hai percepito lo spettro arcobaleno scintillare e ricomporsi in un blues. Non importa quando, o per quanto.

La puoi scartare per una mano o due, forse, ma prima o poi tornerà nel mazzo e, per quanta maestria e veemenza impieghi nel mischiare le carte, ri-emergerà.
Prima timidamente, tra le righe, nelle note a margine, poi con sempre più prepotenza si impadronirà delle scena: nei toni, nelle citazioni, nei titoli.

Fino al punto in cui ascoltarla non ti basterà più.
Allora, potresti sorprenderti a pensare di riprendere in mano lo strumento che ti accompagnò sul palco, e che poi per dieci anni ha rivestito il ruolo di polveroso soprammobile.
O forse la chitarra che, appoggiata in un angolo, ti è servita di tanto in tanto come sfogo “rapido”, per dare temporaneamente voce all’estro o al desiderio di poesia e sedare i demoni.
Oppure, spinto dalla curiosità, attratto dalla sfida, decidere che è giunto il tempo di esplorare un territorio nuovo:

Perché il pianoforte (o, per essere precisi, tastiera midi, ma su questo torneremo in futuro)?

  1. È uno strumento armonico (in breve può riprodurre più note alla volta, vedi qui per i dettagli)
  2. Lo puoi suonare anche col raffreddore (a differenza dei fiati)
  3. Costituisce un pezzo di mobilia notevole (a differenza della chitarra, anche se questa può essere un’ottima alternativa ad un quadro)
  4. L’indipendenza delle mani nel piano è affascinante: mentre in tutti gli altri strumenti (eccezion fatta per le percussioni)  queste collaborano alla generazione di una o più note (ad es. negli strumenti a corda la sinistra decide la/le nota/e, la destra applica ritmo ed espressione), nel piano l’una può sviluppare un tema totalmente diverso dall’altra, come due voci in una conversazione.

Detto questo, ecco le osservazioni dei primi due giorni di esperimenti:

Apnea & altre abitudini

Se per una decina d’anni “fare musica” ha significato soffiare in un tubo (di legno o ottone, poco importa), cominciando  ad articolare semplici melodie sulla tastiera, ti ritroverai a trattenere il respiro durante le note e prendere fiato durante le pause. Pessima abitudine: un’altra cosa di cui ti renderai conto abbastanza in fretta è che i pezzi per fiati sono (generalmente) costruiti assecondando questa necessità (respirare), così non è  per i pezzi scritti per altri strumenti.

Location, location, location!

Una buona impostazione è fondamentale: durante la prima serata ho cercato di riprodurre melodie più o meno semplici, finendo sistematicamente con le dita ingarbugliate dopo poche battute. Oggi ho ceduto all’orgoglio e ho sfogliato i primi capitoli di un manuale per principianti, scoprendo le (sorprendentemente) poche nozioni fondamentali che mi hanno permesso di:
a. fare esercizi per ore senza crampi
b. ottenere un minimo di soddisfazione riuscendo effettivamente a suonare un pezzo da cima a fondo
c. accendere una lampadina e capire il perché di alcuni passaggi nei componimenti elementari (l’equivalente delle pause nei pezzi per fiati).

La magia del plug’n'play

Il fatto di potersi sedere alla tastiera e suonare (senza dover montare lo strumento, accordarlo, scaldarlo o altro) non ha prezzo.

Per i più curiosi: note geek

Quella nella foto (che poi è la stessa che troneggia in soggiorno) è una M-Audio keystation pro 88.
Trattasi di un controller MIDI e quindi, di per se, muto. Il lato positivo di questo modello è che basta un cavo USB per alimentarlo e collegarlo ad un programma audio (personalmente sto usando GarageBand, il pianoforte non è male). Trattandosi poi di un componente MIDI esiste un universo di sintetizzatori, campioni ecc. coi quale riprodurre potenzialmente infiniti timbri / strumenti (io sto giocando con Zebra, affascinante).
Gli 88 tasti sono pesati, quindi sia le dimensioni che la sensazione al tatto sono molto, molto simili a quelle di un pianoforte acustico, che era poi la cosa che mi interessava di più. Ah, ci sono anche un numero spropositato di potenziometri in forma di rotelle e slider, prima o poi esplorerò anche quelli ;)

FaceBook and all that jazz

disclaimer: al solito, solo appunti. Prosegui nella lettura a tuo rischio e pericolo.

facebook-maz-hardey

Maz pensa che Facebook sia una condizione sociale, mr X investe tempo per comprenderne i meccanismi di privacy e trasformarsi nell’avatar invisibile, legioni di pelosi amici virtuali gongolano vezzeggiati da un click

Quattro condizioni principali: quelli che usano Facebook come un gioco (hey! ho più amici di te quindi sono più cool), per guadagnare attenzione (hey! ho più amici di te quindi mi dovresti ascoltare) o come facebook (hey! ecco tutti i miei compagni delle medie! Tapparella giù e bottiglia! Come sarebbe “porta pure ma non entri”?). Chiamiamoli entusiasti.
Quelli che Facebook assolutamente no, non lo possono vedere, lo considerano un’offesa al principio stesso della privacy, o un mezzo di controllo di massa, o uno stupido passatempo per gente stupida. Ecco gli iconoclasti.
Quelli che l’etichetta prima di tutto, il rispetto della privacy poi e la disponibilità per finire. Li riconosceremo come i puristi.
Infine quelli che su Facebook ascoltano, osservano, lo trattano come una sessione di window shopping o una gita allo zoo. Anche loro cercano un ritorno, ovviamente, ma questo è dato più dall’interazione indiretta, osservata tra le altre persone che quella in cui sono direttamente coinvolti. Un po’ voyeur un po’ scienziati pazzi, li chiameremo sensibili.
Oh, è poi c’è chi FB proprio non lo considera: lo sfondo,  la cornice, la platea… 

Nota: tutti questi gruppi possono subire degenerazioni. Gli entusiasti diventano spammer, gli iconoclasti inquisitori, i sensibili voyeur (già detto) e i puristi, beh non saprei, ma ognuno ha le sue debolezze :)

Più interessante, invece, il fatto che puristi, iconoclasti ed entusiasti definiscono, in pratica, l’esperienza di Facebook. O la sua voce. Un po’ come una triade:

accordo8

 

 

Nella teoria musicale, queste tre note hanno nomi e funzioni specifiche:

. La prima è chiamata tonica. È generalmente la prima nota di una composizione e ne determina la tonalità e l’accordo principale, intorno al quale viene costruito il pezzo. Viene considerata statica, in quanto la creazione musicale tende ad essa, un po’ come una biglia lasciata libera in un cono rovesciato tenderà a posarsi sul fondo, una volta esaurita l’energia con la quale era stato messa in moto all’inizio della composizione. Nel caso di una composizione in Do, ad esempio, Do sarà la tonica, e il pezzo tipicamente comincerà e terminerà con la nota Do. Ecco quindi un altro nome per i puristi.

. La terza è la dominante, ed è considerata dinamica in quanto intorno ad essa si sviluppa l’intera creazione musicale. Proprio come nel caso degli entusiasti, che smuovono (a volte intorbidendo) le acque di un social network. Sempre nel caso della composizione in Do, la nota dominante è il Sol.

. La seconda è la modale. È la terza nota della scala (mi nel caso della scala di Do) e il suo nome deriva dal fatto che essa determina il modo (o carattere) della scala/accordo alla quale appartiene.  Gli iconoclasti, che remano contro allo sviluppo di FB, possono essere considerati una caratteristica minore. Ebbene sì, stiamo raccontando una storia malinconica.

La più semplice tonalità minore è il La, quindi in questo esempio avremo una nuova struttura: 
. La = I = tonica (puristi)
. Do = III = modale (iconoclasti)
. Mi = V = dominante (entusiasti) 

Uno dei pezzi più famosi in La minore è questo:

 

Ma che fine ha fatto il quarto gruppo?
Chi ha provato a suonare la chitarra probabilmente ricorda il fantomatico “giro di do”; è una sequenza di quattro accordi (Do magg, La m, Re m, Sol 7) che sta alla base di un numero imbarazzante di canzoni di musica leggera.
L’ultimo accordo, Sol 7, si chiama così perché oltre alle tre note incontrate fino ad ora (I, III, V) contiene la VII (Fa# nel caso di Sol maggiore, Sol nel caso di La minore, semplice no?).
Guarda caso, questa nota prende il nome di sensibile ed è associata ad un senso di instabilità e di disequilibrio: è lo sporgersi dal balcone per guardare oltre, è il dondolarsi sulla sedia e lo spingersi un metro più in alto sull’altalena.
Ma attenzione, c’è una cosa che uccide la settima: nelle scale minori essa perde tutto il suo potenziale eversivo, arrivando ad assumere il nome subordinato di  sottotonica. Per salvarla, abbiamo bisogno di un accordo di settima minore/maggiore (credo che in italiano si dica accordo di sesta specie, da verificare).

In altre parole: bye bye Beethoven, è tempo di jazz :)

(o di pink floyd)