Clessidre

Arcadia, esterno, sera.

Passeggio come al solito all’ombra artificiale dei giganti di vetro della city. “S’è fatto tardi”, penso e manifestando una memoria fisica obsoleta ruoto il polso sinistro, nudo.

Il sole è già tramontato da tempo, le giornate sono corte, a Dicembre.

Interno, notte.

Osservo la stanza che mi ospita: è vagamente quadrata, ha finestre su tre lati ed il soffitto si perde nell’oscurità sopra di me. Oltre le finestre, un panorama illuminato a metà.

Ci sono clessidre di varie fogge e dimensioni ad occupare questo spazio ed a delimitarne il tempo. Alcune stanno esaurendo la polvere, altre sono ancora quasi vergini.

Resto affascinato per un lungo istante ad cotntemplarne i flussi, come ogni singolo granello si lasci cavalcare dalla legge di gravità per rendere visibile la costante che è il tempo. Eppure ogni ampolla costituisce un sistema unico, con la sua velocità, le sue onde disegnate nella sabbia, le sue coincidenze tessute con le altre clessidre.

Alcune sono ormai esaurite ed immobili, e producono il suono sordo del ricordo, mentre altre sono talmente piccole e rapide nella loro rivoluzione da intrecciare sincopi cognitive.

Come ogni anno, questa sarà la dimora di una parte di me per le prossime settimane. Sorrido agli scaffali ricolmi di volumi, molti incompiuti, nessuno mancante. Ci sono una coperta, uno scrittoio, pergamene a volontà – frutto dello sterminio di mandrie di pensieri innocenti – ed un bel set di pennelli

La porta si richiude alle mie spalle, vado senz’altro a cominciare…

Mercanti a ore

Dal diario (cartaceo) di Bru, data 24.11.2008, treno, da qualche parte tra Voghera e Milano. Fuori ha nevicato.

Nota: questa pagina viene logicamente dopo un’altra (titolo provvisorio “di Giullari, Pirati e Moschettieri”) che ahimé non è ancora pronta per la pubblicazione. Bear with me.

Mentre si parla di maschere, c’è un particolare, una sensazione, un’immagine, che voglio appuntare…

Il fatto è che noi le trattiamo di continuo, le maschere, come si tratta(va)no gli schiavi nei mercati di un’era troppo vicina per essere così spesso dimenticata.
Questo però è un mercato speciale, ricco di figure e personaggi di ogni tipo, bautte curatissime e dalla bellezza aliena, gatti dai lineamenti sarcastici o diabolici.

Ed è in questo crocevia di intenzioni, ricordi e allusioni che viviamo costantemente, almeno con una parte di noi, abili giocatori spesso inconsapevoli dediti all’attività principale che qui è il mercanteggiare ombre e proiezioni, cercando di smerciare quelle in scadenza e di acquistare le migliori, sulla base di assunti, congetture, intuizioni e convenzioni.
È una danza amorale e ipnotica a cui partecipiamo con i nostri vicini, colleghi, parenti ed amici.

A volte accade anche che egoisticamente regaliamo maschere particolari (pre-confezionate?) alle persone che vogliamo coinvolgere nel ballo del giorno (controllare sulla bacheca il codice d’abbigliamento e confermare presenza con ragionevole anticipo, grazie).

Tutte le maschere hanno una vita limitata, dipendente dalla cura con la quale sono state create.
Il tempo le consuma, l’utilizzo scorretto e prolungato rischia di danneggiarle.

In fondo, credo sia il motivo per cui è molto più facile improvvisarsi un venditore straordinario che un buon uomo (o un uomo buono?).

Chimica e Alchimia

Dal diario (cartaceo) di Bru, data (astrale?) 23.11.2008, eurostar Roma – Torino.

Tutti abiamo vissuto l’esperienza della chimica in un rapporto, almeno una volta.

Ognuno la chiama a modo suo, ma è quella cosa che crea la connessione e fa funzionare la relazione apparentemente al di là dei contenuti, della fisicità o dei singoli comportamenti.

È particolarmente evidente nei rapporti di coppia e sul posto di lavoro, ma si applica con pesi variabili ovunque si manifesti una comunicazione disintermediata (su un’altra scala credo succeda qualcosa di analogo anche nelle comunicazioni mediate, come questa, argomento da approfondire). Più difficile notarla in famiglia, per motivi piuttosto palesi che lascio come esercizio al lettore zelante. 

Mi piace chiamarla chimica perché come nel caso delle combinazioni degli elementi, il risultato è (semplificando barbaramente) la produzione di una nuova sostanza nel punto di contatto.

A volte questa reazione rilascia energia. A volte, al contrario, è necessario introdurre energia nel sistema per far avvenire la reazione. 

C’è poi un altro tipo di dinamica che si sviluppa se consideriamo la quarta dimensione (tempo) nell’equazione: è anche questa un’osservazione piuttosto banale, che mi è stata descritta più volte nel corso degli anni ma che solo recentemente ho compreso; mi piace chiamarla alchimia.

L’alchimia è qui da interpretare come quel fenomeno per cui gli elementi in contatto modificano la loro stessa natura come effetto del rapporto.

Ora, un’obiezione facile è che appare scontato assumere, in una coppia per esempio, modi di fare, abitudini ed espressioni dell’altro dopo un certo periodo di frequentazione: ma non è questo ciò che intendo come alchimia. Piuttosto mi riferisco a quell’inequivocabile quanto stravagante trasformazione del modo di interpretare ed affrontare le situazioni, i temi, le persone, apparentemente non collegato a nessuno dei singoli atteggiamenti del partner in questione.

Come tutte le trasformazioni, anche questa può avvenire in (almeno) due direzioni. Quando viene interpretata come positiva (da chi? per chi? hmm… approfondire), questo è quanto di più simile al principio di pietra filosofale io riesca a concepire al momento.

Post RomeCamp2008

Tornato da Roma. Temporaneamente stanziato a Lugano, fino a giovedì mattina. Londra poi.

Il RomeCamp, dicevamo, esperienza interessante.

  1. direi che abbiamo finalmente sfatato anche in Italia il mito che i barcamp funzionano solo se di un giorno: questo è stato animato e vivace in entrambe le giornate
  2. ci resta da sfatare il mito che la notte no, quella non si può proprio fare, ognuno vuole tornarsene a casa propria. 
  3. tranne poche, notevoli eccezioni, gli studenti non si sono lasciati coinvolgere
  4. l’università come location è stata meno peggio di quanto mi aspettassi. Un’aula in più avrebbe fatto comodo (se non altro per evitare che tutte le conversazioni extra avvenissero in corridoio), ma non chiediamo troppo
  5. l’eterno problema della gestione del tempo rimane tale. In particolare il primo giorno le sessioni sono inevitabilmente slittate, ed è stato solo grazie allo sforzo dei volontari che il programma ha mantenuto un minimo di coerenza con ciò che stava accadendo nelle aule. 

Quanto agli interventi, direi che l’elemento caratterizzante di questo barcamp è stato proprio il numero e la varietà di sessioni proposte e realizzate. Dalla presentazione di progetti come Kublai ed il G.A.S. 2.0, all’introduzione sull’Agile, all’overdose di experience design made in Sketchin, alle sessioni goliardiche sul porno 2.0.
Io ho presentato una rapida carrellata di casi tratti dal panorama anglosassone su come l’industria del web possa aiutare l’innovazione nell’ambito di tecnologia, società e ambiente (i tre temi di questo evento). Prima o poi metterò anche su slideshare la presentazione :)

Roma si conferma città amabile, godibile e decisamente economica (specie considerndone la caratteristica di capitale). 
Domenica mattina l’ho passata a cercare un contatto, perdendomi volontariamente nelle vie del centro storico, e osservando palazzi, monumenti, vecchi portoni, fontane e passanti. Ha un fascino ostentato, questa Roma, brillante e un po’ polveroso al tempo stesso… ma per qualche motivo a me ignoto, non sento che potrei chiamarla casa. Non ora.

Unendo i puntini da Playful al RomeCamp

alla fine non è che di appunti ne abbia presi molti a Playful. Alcuni interventi però mi hanno colpito particolarmente:

James Wallis ha dissertato sulla natura del giocare (“play” in inglese), di come essa sia un’attività intrinsecamente interattiva e di come quindi libri e teatro (tradizionali) per loro natura non la assecondino. Passaggio su Queneau e l’OuLiPo, l’invenzione del primo libro interattivo, quindi breve storia dei giochi di ruolo e dei videogame, sino a ipotizzare nuovi tipi di interazione. Qui le slide.

Roo Reynolds, geniale come sempre, ha dimostrato come trasformare il controller di Rock Band in un vero strumento musicale (sort of). Qui le slide (con audio)

Kars Alfrink, unico non madrelingua, ha parlato della sua esperienza al confine tra game design e interaction design. “Progettare per i giocatori (in senso lato n.d.Bru) è come tentare di tenere in mano un uccellino: se stringi troppo lo uccidi, se stringi troppo poco vola via”. Il suo consiglio è “Quando vuoi che il tuo progetto sia come un gioco, riduci le specifiche”.

Matt Irvine Brown ha presentato alcuni progetti di interazione “ludica”, come  una sorta di “trumpet hero” e singing sock puppets, spiegando come sia semplice introdurre un elemento ludico in un ambiente qualsiasi e di quali straordinari effetti si scatenino.

Tom Armitage sul tema “tutto è multi-giocatore ora”. Tom ha creato un ponte tra videogiochi e social software, e condotto la conversazione su questo binario parallelo, partendo da una citazione di Raph Koster: “I giochi in solitario sono aberrazioni storiche” e arrivando ad argomentare sul fatto che “tutto” (nel senso di tutte le esperienze), in realtà, sia sempre stato multi-giocatore (sociale), anche se di natura asincrona.

In tutto e per tutto, insomma, un evento entusiasmante.

Guardando al futuro prossimo, invece… il weekend del 22/23 novembre sarò (salvo cataclismi) al RomeCamp.

Nicola & co stanno facendo, mi sembra, un ottimo lavoro nell’organizzare l’evento: finalmente un barcamp di due giorni, dove gli argomenti scelti (ambiente, società, tecnologia), mi sembra catturino bene quelli che sono stati i temi principali della conversazione globale di quest’anno.

Anche il fatto di invitare a condividere in anticipo i temi delle presentazioni può essere utile a far nascere conversazioni che portino ad una platea più “preparata” e curiosa durante l’evento. Infine il coinvolgimento dell’Università ha tra i lati positivi il fatto che (spero) si vedranno un bel po’ di facce nuove (non sono molto per i barcamp di famiglia).
Sul piatto dei “meno”: il coinvolgimento dell’Università, per le esperienze avute in passato circa il supporto (nullo), la (poca) flessibilità nella gestione degli spazi, e la burocratizzazione paranoide di ogni dettaglio – speriamo bene;  il fatto che non vedo nessuno sforzo d’apertura ad una platea internazionale; i numeri, che mi sembrano puntare ancora una volta nella direzione di un evento dove pochi (i soliti) parlano e tanti (tra cui quelli che potrebbero dire qualcosa di nuovo) ascoltano (o si mettono a chiacchierare nei corridoi con chi già conoscono).

Per inciso, non ho assolutamente nulla contro la formula appena descritta, è solo che si chiama conferenza :)

Nella prossima puntata: cosa presentare al RomeCamp? Prossimamente su questi schermi ;)

Aggiornamento programmi (di viaggio)

Se ti ho detto che ci saremmo visti a Lucca, ti ho (inconsapevolmente) mentito.
A questo giro niente Lucca Comics&Games per me, peccato: negli anni è diventato un piacevole appuntamento dove fare scorpacciata di ispirazioni, colori e idee ludiche.

In compenso, domani sarò a This is Playful, una conferenza di un giorno sul gioco ed il mondo dei giochi:

The event aims to promote lively debate on the nature of games: what they mean to different people – both inside and outside the industry. Focusing on the creative and cultural dimensions, Playful examines game design as both a discipline and craft, offering different perspectives on its current and future possibilities.

Nel weekend cercherò di organizzare le note, possibilmente assieme a quelle degli eventi delle ultime settimane.

Promemoria (ar)t(ur)istico Milano

Fine settimana prossima dovrei intercettare la costellazione Milano. Nonostante tempo e rotta precisa siano lungi dall’essere definiti, per ogni evenienza ho abbozzato una lista delle cose da non perdere (se ti vuoi aggregare, batti un colpo):

Guido Crepax – Valentina, the Shape of Time (in triennale)

. Bettina Rheims – Puoi trovare la felicità (presso Forma)

. Studio di Fonologia della RAI (castello sforzesco)

. Unknown Weegee (palazzo della Ragione)

. Gregory Crewdson – Dream House (galleria photology) 

a seguire…

. California Bakery

ermetismi

Questo blog ne è costellato.

Nota per il lettore pignolo: questo è un meta-post. Parla delle caratteristiche di (parte di) questo luogo.

Sono post, e sono messaggi. Spesso diretti all’autore futuro. Sono in codice, a volte voluto, spesso implicito, perché il loro fine è farsi vettori di un concetto, di una sensazione o di un ricordo.

Non vogliono essere artistici, né piacevoli. Non hanno tratti delicati né una distribuzione bilanciata. Se e quando accettano di piegarsi ad un canone estetico, scelgono divinità iraconde e matematiche, dai colori gutturali e dalla metrica acetata.

Sono iceberg cognitivi. Ci puoi giocare con me, puoi tuffarti nell’oceano che li trasporta ed osservarli da sotto la superficie. Puoi reinterpretarli come grandi (o piccole) Piramidi, adagiarli in un deserto di sussurri ed affrontarne i cunicoli e le insidie. Potresti persino trovarli confortevoli e divertenti.

Non aspettarti però di riuscire a penetrarne tutti i livelli, non sempre esiste una chiave là fuori.

Detto questo, buon divertimento.

I cerchi nel grano

It’s a mystery to me
The game commences
For the usual fee
Plus expenses

Ieri sera ho partecipato in maniera un po’ distratta all’incontro mensile degli “adepti” londinesi di Arduino. Complice un po’ il pub dall’atmosfera film horror anni ’50 (con annessa pinta di Bombardier) e una visione affrettata de “Il Codice Da Vinci” (uhm, trascurabile, lasciate pure perdere) ho tosto abbandonato ogni pretesa di partecipazione alla conversazione principale, inerpicandomi in solitaria sulla traccia lasciata da alcune considerazioni riguardo alla comprensione e trasmissione del sapere. Qui qualche appunto. Chiedo scusa se risulta ermetico. [...]

il discorso era partito dai club, passando poi alle beta private, alle sacche linguistiche e alle società segrete, trovando poi degna conclusione oggi quando in treno il neo-punk ed il dandy seduti di fronte mi hanno gentilmente dato modo di infilare anche le sottoculture e le mode in questo mio piccolo rosario di cerchi sociali.

Ora, per natura sono portato all’indagine e alla ricerca, poco importa il campo o il soggetto. L’intravedere orizzonti, separazioni, ostacoli ed enigmi è un invito irresistibile ad imboccare la pipa (virtuale) e cercarne la chiave, comprendere la forma e la natura del confine, apprezzarne la qualità per il tempo di un lungo respiro e poi, di solito, passare oltre (ahimé, aggiungerei spesso) in attesa del prossimo enigma.

Cosa succede però quando il sigillo è spezzato, e la soglia ormai occultata (dimenticata) alle spalle? Ogni cerchio nel quale facciamo irruzione, come il livello di un gioco, ha le sue regole e le sue leggi; interagire con esso significa in qualche modo (o in qualche misura) entrare a farne parte, accettarne le condizioni e “separarsi” quindi da quello precedente, con cui non è (più) possibile condividerne i “segreti” (ciò che viene separato) per mancanza di un linguaggio o un territorio d’esperienza comune.

Laddove il contatto viene mantenuto, il messaggio comunque necessita di essere filtrato prima di poter percorrere a rtiroso il filo di Arianna ed uscire dal labirinto, risultando infine tradotto in una maschera larvale (nota per il lettore pignolo: quelle nel video non sono maschere larvali vere e proprie, ma la performance era troppo bella; per un esempio appropriato vedi qui), un’approssimazione di se stesso tramite la quale è sì possibile forse intuire i tratti superficiali dell’originale, la cui Qualità e dimensioni complesse sono tuttavia inevitabilmente obliate.

Come dire, il prezzo di una scoperta è un poker di menzogne servito ai danni del prossimo.

And what have you got at the end of the day ?
What have you got to take away ?
A bottle of whisky and a new set of lies
Blinds on the window and a pain behind the eyes

Il senso della brita

Ho idea che il filtro della caraffa dell’acqua sia da cambiare. O almeno, il fatto che l’acqua tutto d’un tratto sappia di grafite mi ha insospettito assai.

Trovo molto antipatico il fatto che il mio tenere traccia del tempo che passa su queste pagine virtuali sia d’intensità inversamente proporzionale agli accadimenti del mondo “fisico”. È una matematica crudele: più fai e più vorresti immortalare i momenti, le motivazioni, le intuizioni, le conversazioni; e invece il tempo passa e tu resti appeso al dilemma narrazione vs. azione.

Per un po’ ho coltivato l’illusione che il lifestreaming fosse una potenziale panacea, ma non so se vi siete mai adoperati nella ricostruzione di una giornata a partire solo da tweet e bookmark di delicious, io sì: possibile, doloroso.

L’acqua tutto d’un tratto sa di grafite, ma oggi ho bevuto una buona pinta di bitter in un pub a tema “scienziato pazzo”, prenotato un biglietto per l’italia (4/10), deciso di cosa parlerò al prossimo barcamp (barcamplondon5, “perché unobtrusive javascript”) e sì, ho preso appunti.