Archive for the 'Io, sempre Io, solo Io' Category

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I dodici mesi passati sono stati per lettura e sintesi.

Quelli a venire per i dettagli, la curiosità e l’esercizio.

pre/senza

Da post-it e taccuino, in data 28-12-2008

Il 2008 è a poche ore dal decesso e come ormai tradizione i media (e la blogosfera in particolare) sono scossi dal meme periodico dei bilanci e dei propositi. Per una volta i compiti a casa li ho preparati per tempo, ma mi riservo di completare le note a margine ed archiviare san silvestro prima di scoprire le carte.

Piuttosto, negli ultimi giorni, complici la neve, il ritmo bradipico della vita nella città natia e la mancanza di un adeguato punto d’accesso alla qui presente Multi User Delusion, ho preso appunti su alcuni esempi di evoluzione della percezione della presenza.

Tre gli aneddoti sul tema:

Casa, Alessandria, 23/12

È circa mezzanotte e sto pigramente facendo il solito “ultimo” (ovviamente destinato a non essere mai tale) giro d’ispezione su mailbox e social network, quando ricevo la notifica di un nuovo contatto su facebook. Il nome mi dice qualcosa ma ci metto qualche secondo a collegarlo ad un volto: è Alberto, amico d’infanzia che passava, come me, le estati in un piccolo paese dell’appennino piemontese. Lo aggiungo subito, tra il sorpreso e l’incuriosito. Dopo pochi istanti Alberto mi contatta sulla chat, scomodissima come gli scalini del Bar dove immancabilmente ci ritrovavamo ogni giorno, in quelle lontane estati. Frase dopo frase, battuta dopo battuta, la conversazione ritrova il suo ritmo, vecchi ingranaggi si mettono in moto frantumando le incrostrazioni e la ruggine.

Dal nulla, o meglio dalle profondità dei relativi gradi di separazione, spuntano poi altri due, tre, infine quattro ex-bambini, ed ecco che all’una di notte siamo di nuovo lì, una compagnia animata e simpatica, forse un po’ annoiata da quelle spigolose gradinate virtuali del Bar, ma hey, non c’è di meglio.

L’elemento peculiare qui per me è stata la trasposizione quasi violenta del clima delle estati bucoliche, passate armato solo di carta, penna e corse nei boschi, nell’intimità sintetica di uno schermo lcd.

Di noi 3, Alessandria, 24/12

Il dinoi3 è un locale piuttosto recente, decisamente successivo alla mia prima fuga da Alessandria, di quelli dove sai che troverai un’ottima scelta di cibarie e qualche buon vino, senza particolari aspirazioni elitarie. Ci sono spesso djset (o come si chiamano) e forse questo lo rende poco adatto per condurre conversazioni complesse, ma è solitamente meno affollato del vicino irish pub. Fatto sta che, la notte del 24, non particolarmente ispirato a rendere grazie, mi ci sono rifugiato intorno alla mezzanotte, curioso di scoprire con quali melodie i dj avrebbero affrontato l’assedio di jingle bells. Durante la serata, ecco che saluto tre ex-ex-compagni di scuola, che non vedevo ovviamente da anni, ivi giunti indipendentemente. E dire che non c’è poi tutta ‘sta gente nel locale… è chiaro che ogni luogo di ritrovo ha una sua “frequenza” e funge da faro per un certo mercato. Inoltre forse significa anche che (messaggio per il control freak che c’è in me) spesso è sufficiente lasciarsi attrarre da obiettivi e valori, invece che calcolare ossessivamente come raggiungerli.

Milano, esterno giorno, 26/12

Guido attraverso una Milano deserta. La adoro quando è così. Arrivando dalla tangenziale l’ho vista circondata dalla gloriosa corona alpina. Il cielo è terso ed il sole illumina senza dare fastidio. L’aria è frizzante e porta la promessa di una primavera non troppo lontana.

Mi lascia il tempo di pensare, di evocare similitudini, di confrontare luci e suoni, di registrare le mie reazioni: tutte le volte che ho abbassato il finestrino al casello, per esempio, o la percezione del traffico ed il “tracciare la rotta migliore” attraverso la città… sono cose che non facevo da tempo, muscoli che si fanno sentire ora che sono un po’ fuori forma. È, ancora una volta, la sensazione di consapevole stupore nel ritrovarti a tuo agio in un contesto. Ed è qualcosa che, purtroppo, di solito si perde nel quotidiano.

Stanze

Arcadia, interno, notte

I tomi si accumulano lentamente ai piedi del leggìo, mentre  alle mie spalle volteggiano fogli di pergamena, forse spinti dall’iniziale slancio del saper essere carichi di valore per avermi obbligato a considerare, soppesare e distillare pensieri ed esperienze, prima di realizzare di essere giunti in fondo, destinati all’oblio da quello stesso inchiostro che li ha ingravidati di significato senza destinatario. Così, appesantiti, stanchi, si accasciano infine sul pavimento ligneo, in ordine sparso.

SE1 Londra, interno, notte

osservo i due schermi disposti ad un angolo di circa 150 gradi, sviluppare una sorta di panoramica su scrivanie immaginarie sulle quali sono disposte rappresentazioni grafiche di conversazioni, istruzioni in diverse lingue, alcune di queste dedicate ad automi e costrutti artificiali, realtà alternative, conoscenza. Oltre gli schermi, la grande vetrata e, ad un centinaio di metri nel buio dell’inverno londinese, alcune finestre che proiettano le sagome indaffarate di una pantomima domestica.

Kublai, esterno, notte

Seduto nella posizione del loto su una delle panche nel Porto dei Creativi, lo sguardo un po’ assente e gli occhiali da sole totalmente inadeguati per la notte sintetica, ascolto i kublaiani riuniti intorno ai bidoni di latta dai cui sprigionano fiamme generate da un algoritmo di particelle sufficientemente casuale da non apparire (troppo) fastidioso, ma decisamente lo-fi per trasmettere verosimiglianza. Alcuni dei presenti ostentano sigarette che emettono fumo secondo una variante dello stesso algoritmo.

La qualità dell’audio, per contro, è eccellente: se chiudo gli occhi e lentamente sposto la “telecamera” (il mio incorporeo punto di vista), ho la sensazione di camminare in una stanza pervasa da voci reali/fisiche, con l’occasionale, inevitabile shock quando a prendere la parola è un avatar tracheotomizzato da un microfono scadente o dall’insufficiente larghezza di banda. 

Si parla di alcuni dei progetti a sfondo musicale, di come questi possano imparare e trovare gli elementi comuni per aiutarsi a vicenda e crescere più sani. Trovo interessante il fatto che questa conversazione avvenga proprio qui. In un altro mondo, prendo appunti sul fatto e decido di approfondire.

Al termine della riunione nessun rituale scambio di biglietti da visita né dialoghi scontati con indaffarati centralini dei taxi: gli alter ego più a modo si esibiscono in un rigido inchino, gli altri svaniscono semplicemente. La quiete giunge improvvisa, quasi dolorosa, interrotta solo dal periodico campionamento di una civetta mediterranea e dall’ipnotico pattern delle fiamme nei bidoni.

Clessidre

Arcadia, esterno, sera.

Passeggio come al solito all’ombra artificiale dei giganti di vetro della city. “S’è fatto tardi”, penso e manifestando una memoria fisica obsoleta ruoto il polso sinistro, nudo.

Il sole è già tramontato da tempo, le giornate sono corte, a Dicembre.

Interno, notte.

Osservo la stanza che mi ospita: è vagamente quadrata, ha finestre su tre lati ed il soffitto si perde nell’oscurità sopra di me. Oltre le finestre, un panorama illuminato a metà.

Ci sono clessidre di varie fogge e dimensioni ad occupare questo spazio ed a delimitarne il tempo. Alcune stanno esaurendo la polvere, altre sono ancora quasi vergini.

Resto affascinato per un lungo istante ad cotntemplarne i flussi, come ogni singolo granello si lasci cavalcare dalla legge di gravità per rendere visibile la costante che è il tempo. Eppure ogni ampolla costituisce un sistema unico, con la sua velocità, le sue onde disegnate nella sabbia, le sue coincidenze tessute con le altre clessidre.

Alcune sono ormai esaurite ed immobili, e producono il suono sordo del ricordo, mentre altre sono talmente piccole e rapide nella loro rivoluzione da intrecciare sincopi cognitive.

Come ogni anno, questa sarà la dimora di una parte di me per le prossime settimane. Sorrido agli scaffali ricolmi di volumi, molti incompiuti, nessuno mancante. Ci sono una coperta, uno scrittoio, pergamene a volontà – frutto dello sterminio di mandrie di pensieri innocenti – ed un bel set di pennelli

La porta si richiude alle mie spalle, vado senz’altro a cominciare…

Mercanti a ore

Dal diario (cartaceo) di Bru, data 24.11.2008, treno, da qualche parte tra Voghera e Milano. Fuori ha nevicato.

Nota: questa pagina viene logicamente dopo un’altra (titolo provvisorio “di Giullari, Pirati e Moschettieri”) che ahimé non è ancora pronta per la pubblicazione. Bear with me.

Mentre si parla di maschere, c’è un particolare, una sensazione, un’immagine, che voglio appuntare…

Il fatto è che noi le trattiamo di continuo, le maschere, come si tratta(va)no gli schiavi nei mercati di un’era troppo vicina per essere così spesso dimenticata.
Questo però è un mercato speciale, ricco di figure e personaggi di ogni tipo, bautte curatissime e dalla bellezza aliena, gatti dai lineamenti sarcastici o diabolici.

Ed è in questo crocevia di intenzioni, ricordi e allusioni che viviamo costantemente, almeno con una parte di noi, abili giocatori spesso inconsapevoli dediti all’attività principale che qui è il mercanteggiare ombre e proiezioni, cercando di smerciare quelle in scadenza e di acquistare le migliori, sulla base di assunti, congetture, intuizioni e convenzioni.
È una danza amorale e ipnotica a cui partecipiamo con i nostri vicini, colleghi, parenti ed amici.

A volte accade anche che egoisticamente regaliamo maschere particolari (pre-confezionate?) alle persone che vogliamo coinvolgere nel ballo del giorno (controllare sulla bacheca il codice d’abbigliamento e confermare presenza con ragionevole anticipo, grazie).

Tutte le maschere hanno una vita limitata, dipendente dalla cura con la quale sono state create.
Il tempo le consuma, l’utilizzo scorretto e prolungato rischia di danneggiarle.

In fondo, credo sia il motivo per cui è molto più facile improvvisarsi un venditore straordinario che un buon uomo (o un uomo buono?).

Chimica e Alchimia

Dal diario (cartaceo) di Bru, data (astrale?) 23.11.2008, eurostar Roma – Torino.

Tutti abiamo vissuto l’esperienza della chimica in un rapporto, almeno una volta.

Ognuno la chiama a modo suo, ma è quella cosa che crea la connessione e fa funzionare la relazione apparentemente al di là dei contenuti, della fisicità o dei singoli comportamenti.

È particolarmente evidente nei rapporti di coppia e sul posto di lavoro, ma si applica con pesi variabili ovunque si manifesti una comunicazione disintermediata (su un’altra scala credo succeda qualcosa di analogo anche nelle comunicazioni mediate, come questa, argomento da approfondire). Più difficile notarla in famiglia, per motivi piuttosto palesi che lascio come esercizio al lettore zelante. 

Mi piace chiamarla chimica perché come nel caso delle combinazioni degli elementi, il risultato è (semplificando barbaramente) la produzione di una nuova sostanza nel punto di contatto.

A volte questa reazione rilascia energia. A volte, al contrario, è necessario introdurre energia nel sistema per far avvenire la reazione. 

C’è poi un altro tipo di dinamica che si sviluppa se consideriamo la quarta dimensione (tempo) nell’equazione: è anche questa un’osservazione piuttosto banale, che mi è stata descritta più volte nel corso degli anni ma che solo recentemente ho compreso; mi piace chiamarla alchimia.

L’alchimia è qui da interpretare come quel fenomeno per cui gli elementi in contatto modificano la loro stessa natura come effetto del rapporto.

Ora, un’obiezione facile è che appare scontato assumere, in una coppia per esempio, modi di fare, abitudini ed espressioni dell’altro dopo un certo periodo di frequentazione: ma non è questo ciò che intendo come alchimia. Piuttosto mi riferisco a quell’inequivocabile quanto stravagante trasformazione del modo di interpretare ed affrontare le situazioni, i temi, le persone, apparentemente non collegato a nessuno dei singoli atteggiamenti del partner in questione.

Come tutte le trasformazioni, anche questa può avvenire in (almeno) due direzioni. Quando viene interpretata come positiva (da chi? per chi? hmm… approfondire), questo è quanto di più simile al principio di pietra filosofale io riesca a concepire al momento.

Post RomeCamp2008

Tornato da Roma. Temporaneamente stanziato a Lugano, fino a giovedì mattina. Londra poi.

Il RomeCamp, dicevamo, esperienza interessante.

  1. direi che abbiamo finalmente sfatato anche in Italia il mito che i barcamp funzionano solo se di un giorno: questo è stato animato e vivace in entrambe le giornate
  2. ci resta da sfatare il mito che la notte no, quella non si può proprio fare, ognuno vuole tornarsene a casa propria. 
  3. tranne poche, notevoli eccezioni, gli studenti non si sono lasciati coinvolgere
  4. l’università come location è stata meno peggio di quanto mi aspettassi. Un’aula in più avrebbe fatto comodo (se non altro per evitare che tutte le conversazioni extra avvenissero in corridoio), ma non chiediamo troppo
  5. l’eterno problema della gestione del tempo rimane tale. In particolare il primo giorno le sessioni sono inevitabilmente slittate, ed è stato solo grazie allo sforzo dei volontari che il programma ha mantenuto un minimo di coerenza con ciò che stava accadendo nelle aule. 

Quanto agli interventi, direi che l’elemento caratterizzante di questo barcamp è stato proprio il numero e la varietà di sessioni proposte e realizzate. Dalla presentazione di progetti come Kublai ed il G.A.S. 2.0, all’introduzione sull’Agile, all’overdose di experience design made in Sketchin, alle sessioni goliardiche sul porno 2.0.
Io ho presentato una rapida carrellata di casi tratti dal panorama anglosassone su come l’industria del web possa aiutare l’innovazione nell’ambito di tecnologia, società e ambiente (i tre temi di questo evento). Prima o poi metterò anche su slideshare la presentazione :)

Roma si conferma città amabile, godibile e decisamente economica (specie considerndone la caratteristica di capitale). 
Domenica mattina l’ho passata a cercare un contatto, perdendomi volontariamente nelle vie del centro storico, e osservando palazzi, monumenti, vecchi portoni, fontane e passanti. Ha un fascino ostentato, questa Roma, brillante e un po’ polveroso al tempo stesso… ma per qualche motivo a me ignoto, non sento che potrei chiamarla casa. Non ora.

Aggiornamento programmi (di viaggio)

Se ti ho detto che ci saremmo visti a Lucca, ti ho (inconsapevolmente) mentito.
A questo giro niente Lucca Comics&Games per me, peccato: negli anni è diventato un piacevole appuntamento dove fare scorpacciata di ispirazioni, colori e idee ludiche.

In compenso, domani sarò a This is Playful, una conferenza di un giorno sul gioco ed il mondo dei giochi:

The event aims to promote lively debate on the nature of games: what they mean to different people – both inside and outside the industry. Focusing on the creative and cultural dimensions, Playful examines game design as both a discipline and craft, offering different perspectives on its current and future possibilities.

Nel weekend cercherò di organizzare le note, possibilmente assieme a quelle degli eventi delle ultime settimane.

Sei ciò che dormi

Dopo mesi (9) passati a fare l’asceta su un divanoletto dalla scomodità degna di un fachiro integralista, ho infine ceduto alla tentazione e  sabato montato lui:

I can has futon!

e il mondo ha immediatamente assunto tinte più calde (complice il fatto che finalmente abbiamo sfondato la soglia dei 25 gradi! Yay!)

Il fine giustifica il medium?

Continuando sul mood di ieri, in pieno trip Watchmen-esco, stamani mi sono ritrovato sul treno a rimuginare sul dilemma dell’adeguatezza di mezzi e fini, che è uno dei temi principali della graphic novel (e suppongo del film).

Ovviamente, nella storia, i diversi personaggi assumono posizioni radicali in una direzione, nell’altra, o nell’indeterminazione. Pare essere una caratteristica degli avventurieri mascherati, quella di prendere posizioni assolute, nette, agli estremi dello spettro. Spesso finendo con l’incarnare ideali opposti, grottescamente analoghi nella sostanza.
Quando la verità (credo) così spesso si trova (se la si trova), in qualche pertugio frattale, persa in una sfumatura in continua, imprevedibile evoluzione. E se è difficile afferarla quando si guarda, anzi si ascolta a 360 gradi, come anche solo concepirla dai confini dello spettro?

Avventurieri mascherati, dicevamo. Forse ereditano questa concezione monotòna di morale ed etica dalle maschere teatrali, da cui discendono. O forse ci si ritrovano intrappolati da una volontà popolare, che si eccita e si riconosce più nello scontro che nell’incontro.

Maschere, dunque. Ma non sono anche io una maschera, io che ti parlo da questi 128px-quadri in b/n addobbati da un improbabile naso rosso? Non sono maschere i layout elaborati e le acute (o meno) declamazioni in 140 caratteri? E parafrasando il Poeta tutto il web un palco, ove siamo chiamati ad interpretare mille ruoli. Forse sì, o forse abbiamo trasceso questo bisogno di sintesi grazie alle mille sfaccettature esposte dalla nostra vanità e catturate, con fini più o meno altruistici, dal grande circo dei media (sociali, di massa, personali, poco importa). Non ho risposta a questo.

Torniamo quindi all’esempio iniziale, il fine giustifica i mezzi? Sì? No? È sempre vero? E se il mezzo ti danneggia? E se il mezzo danneggia chi ti sta intorno (vedi appunto Watchmen o, per chi non conosce la storia, pensa allo stratagemma di Heroes)? Dove cade il confine tra la maschera e l’individuo? Ci si può aspettare un comportamento migliore dall’uno o dall’altro? Cosa significa migliore?

Ed è proprio questo l’altro aspetto che mi incuriosisce: dalle maschere noi ci aspettiamo qualcosa. Che sia giustizia, saggezza, vendetta o passione, l’aspettativa nei confronti di un’icona è sempre alta. Una maschera non può fallire in questo. Significa quindi che le maschere non invecchiano? Non si stancano? Non evolvono? Di certo, si consumano (ho un paio di esempi a casa ;) ) e forse si rompono (non ho esempi, per fortuna, sono molto attaccato alle mie maschere). 

Non so. A me piacerebbe, oggi, poter dire di essere una maschera migliore di ieri.