Un rumore improvviso, l’aroma di cose buone, lo scintillìo abbagliante del sole primaverile sulle onde.
Una piccola mano perde la presa e piange il primo distacco
mentre intorno germoglia un attimo di poesia.
Archive for the 'Ermetismi' Category
Arcadia, interno, notte
I tomi si accumulano lentamente ai piedi del leggìo, mentre alle mie spalle volteggiano fogli di pergamena, forse spinti dall’iniziale slancio del saper essere carichi di valore per avermi obbligato a considerare, soppesare e distillare pensieri ed esperienze, prima di realizzare di essere giunti in fondo, destinati all’oblio da quello stesso inchiostro che li ha ingravidati di significato senza destinatario. Così, appesantiti, stanchi, si accasciano infine sul pavimento ligneo, in ordine sparso.
SE1 Londra, interno, notte
osservo i due schermi disposti ad un angolo di circa 150 gradi, sviluppare una sorta di panoramica su scrivanie immaginarie sulle quali sono disposte rappresentazioni grafiche di conversazioni, istruzioni in diverse lingue, alcune di queste dedicate ad automi e costrutti artificiali, realtà alternative, conoscenza. Oltre gli schermi, la grande vetrata e, ad un centinaio di metri nel buio dell’inverno londinese, alcune finestre che proiettano le sagome indaffarate di una pantomima domestica.
Kublai, esterno, notte
Seduto nella posizione del loto su una delle panche nel Porto dei Creativi, lo sguardo un po’ assente e gli occhiali da sole totalmente inadeguati per la notte sintetica, ascolto i kublaiani riuniti intorno ai bidoni di latta dai cui sprigionano fiamme generate da un algoritmo di particelle sufficientemente casuale da non apparire (troppo) fastidioso, ma decisamente lo-fi per trasmettere verosimiglianza. Alcuni dei presenti ostentano sigarette che emettono fumo secondo una variante dello stesso algoritmo.
La qualità dell’audio, per contro, è eccellente: se chiudo gli occhi e lentamente sposto la “telecamera” (il mio incorporeo punto di vista), ho la sensazione di camminare in una stanza pervasa da voci reali/fisiche, con l’occasionale, inevitabile shock quando a prendere la parola è un avatar tracheotomizzato da un microfono scadente o dall’insufficiente larghezza di banda.
Si parla di alcuni dei progetti a sfondo musicale, di come questi possano imparare e trovare gli elementi comuni per aiutarsi a vicenda e crescere più sani. Trovo interessante il fatto che questa conversazione avvenga proprio qui. In un altro mondo, prendo appunti sul fatto e decido di approfondire.
Al termine della riunione nessun rituale scambio di biglietti da visita né dialoghi scontati con indaffarati centralini dei taxi: gli alter ego più a modo si esibiscono in un rigido inchino, gli altri svaniscono semplicemente. La quiete giunge improvvisa, quasi dolorosa, interrotta solo dal periodico campionamento di una civetta mediterranea e dall’ipnotico pattern delle fiamme nei bidoni.
Arcadia, esterno, sera.
Passeggio come al solito all’ombra artificiale dei giganti di vetro della city. “S’è fatto tardi”, penso e manifestando una memoria fisica obsoleta ruoto il polso sinistro, nudo.
Il sole è già tramontato da tempo, le giornate sono corte, a Dicembre.
Interno, notte.
Osservo la stanza che mi ospita: è vagamente quadrata, ha finestre su tre lati ed il soffitto si perde nell’oscurità sopra di me. Oltre le finestre, un panorama illuminato a metà.
Ci sono clessidre di varie fogge e dimensioni ad occupare questo spazio ed a delimitarne il tempo. Alcune stanno esaurendo la polvere, altre sono ancora quasi vergini.
Resto affascinato per un lungo istante ad cotntemplarne i flussi, come ogni singolo granello si lasci cavalcare dalla legge di gravità per rendere visibile la costante che è il tempo. Eppure ogni ampolla costituisce un sistema unico, con la sua velocità, le sue onde disegnate nella sabbia, le sue coincidenze tessute con le altre clessidre.
Alcune sono ormai esaurite ed immobili, e producono il suono sordo del ricordo, mentre altre sono talmente piccole e rapide nella loro rivoluzione da intrecciare sincopi cognitive.
Come ogni anno, questa sarà la dimora di una parte di me per le prossime settimane. Sorrido agli scaffali ricolmi di volumi, molti incompiuti, nessuno mancante. Ci sono una coperta, uno scrittoio, pergamene a volontà – frutto dello sterminio di mandrie di pensieri innocenti – ed un bel set di pennelli
La porta si richiude alle mie spalle, vado senz’altro a cominciare…
Dal diario (cartaceo) di Bru, data (astrale?) 23.11.2008, eurostar Roma – Torino.
Tutti abiamo vissuto l’esperienza della chimica in un rapporto, almeno una volta.
Ognuno la chiama a modo suo, ma è quella cosa che crea la connessione e fa funzionare la relazione apparentemente al di là dei contenuti, della fisicità o dei singoli comportamenti.
È particolarmente evidente nei rapporti di coppia e sul posto di lavoro, ma si applica con pesi variabili ovunque si manifesti una comunicazione disintermediata (su un’altra scala credo succeda qualcosa di analogo anche nelle comunicazioni mediate, come questa, argomento da approfondire). Più difficile notarla in famiglia, per motivi piuttosto palesi che lascio come esercizio al lettore zelante.
Mi piace chiamarla chimica perché come nel caso delle combinazioni degli elementi, il risultato è (semplificando barbaramente) la produzione di una nuova sostanza nel punto di contatto.
A volte questa reazione rilascia energia. A volte, al contrario, è necessario introdurre energia nel sistema per far avvenire la reazione.
C’è poi un altro tipo di dinamica che si sviluppa se consideriamo la quarta dimensione (tempo) nell’equazione: è anche questa un’osservazione piuttosto banale, che mi è stata descritta più volte nel corso degli anni ma che solo recentemente ho compreso; mi piace chiamarla alchimia.
L’alchimia è qui da interpretare come quel fenomeno per cui gli elementi in contatto modificano la loro stessa natura come effetto del rapporto.
Ora, un’obiezione facile è che appare scontato assumere, in una coppia per esempio, modi di fare, abitudini ed espressioni dell’altro dopo un certo periodo di frequentazione: ma non è questo ciò che intendo come alchimia. Piuttosto mi riferisco a quell’inequivocabile quanto stravagante trasformazione del modo di interpretare ed affrontare le situazioni, i temi, le persone, apparentemente non collegato a nessuno dei singoli atteggiamenti del partner in questione.
Come tutte le trasformazioni, anche questa può avvenire in (almeno) due direzioni. Quando viene interpretata come positiva (da chi? per chi? hmm… approfondire), questo è quanto di più simile al principio di pietra filosofale io riesca a concepire al momento.
It’s a mystery to me
The game commences
For the usual fee
Plus expenses
Ieri sera ho partecipato in maniera un po’ distratta all’incontro mensile degli “adepti” londinesi di Arduino. Complice un po’ il pub dall’atmosfera film horror anni ‘50 (con annessa pinta di Bombardier) e una visione affrettata de “Il Codice Da Vinci” (uhm, trascurabile, lasciate pure perdere) ho tosto abbandonato ogni pretesa di partecipazione alla conversazione principale, inerpicandomi in solitaria sulla traccia lasciata da alcune considerazioni riguardo alla comprensione e trasmissione del sapere. Qui qualche appunto. Chiedo scusa se risulta ermetico. [...]
il discorso era partito dai club, passando poi alle beta private, alle sacche linguistiche e alle società segrete, trovando poi degna conclusione oggi quando in treno il neo-punk ed il dandy seduti di fronte mi hanno gentilmente dato modo di infilare anche le sottoculture e le mode in questo mio piccolo rosario di cerchi sociali.
Ora, per natura sono portato all’indagine e alla ricerca, poco importa il campo o il soggetto. L’intravedere orizzonti, separazioni, ostacoli ed enigmi è un invito irresistibile ad imboccare la pipa (virtuale) e cercarne la chiave, comprendere la forma e la natura del confine, apprezzarne la qualità per il tempo di un lungo respiro e poi, di solito, passare oltre (ahimé, aggiungerei spesso) in attesa del prossimo enigma.
Cosa succede però quando il sigillo è spezzato, e la soglia ormai occultata (dimenticata) alle spalle? Ogni cerchio nel quale facciamo irruzione, come il livello di un gioco, ha le sue regole e le sue leggi; interagire con esso significa in qualche modo (o in qualche misura) entrare a farne parte, accettarne le condizioni e “separarsi” quindi da quello precedente, con cui non è (più) possibile condividerne i “segreti” (ciò che viene separato) per mancanza di un linguaggio o un territorio d’esperienza comune.
Laddove il contatto viene mantenuto, il messaggio comunque necessita di essere filtrato prima di poter percorrere a rtiroso il filo di Arianna ed uscire dal labirinto, risultando infine tradotto in una maschera larvale (nota per il lettore pignolo: quelle nel video non sono maschere larvali vere e proprie, ma la performance era troppo bella; per un esempio appropriato vedi qui), un’approssimazione di se stesso tramite la quale è sì possibile forse intuire i tratti superficiali dell’originale, la cui Qualità e dimensioni complesse sono tuttavia inevitabilmente obliate.
Come dire, il prezzo di una scoperta è un poker di menzogne servito ai danni del prossimo.
And what have you got at the end of the day ?
What have you got to take away ?
A bottle of whisky and a new set of lies
Blinds on the window and a pain behind the eyes
Continuando sul mood di ieri, in pieno trip Watchmen-esco, stamani mi sono ritrovato sul treno a rimuginare sul dilemma dell’adeguatezza di mezzi e fini, che è uno dei temi principali della graphic novel (e suppongo del film).
Ovviamente, nella storia, i diversi personaggi assumono posizioni radicali in una direzione, nell’altra, o nell’indeterminazione. Pare essere una caratteristica degli avventurieri mascherati, quella di prendere posizioni assolute, nette, agli estremi dello spettro. Spesso finendo con l’incarnare ideali opposti, grottescamente analoghi nella sostanza.
Quando la verità (credo) così spesso si trova (se la si trova), in qualche pertugio frattale, persa in una sfumatura in continua, imprevedibile evoluzione. E se è difficile afferarla quando si guarda, anzi si ascolta a 360 gradi, come anche solo concepirla dai confini dello spettro?
Avventurieri mascherati, dicevamo. Forse ereditano questa concezione monotòna di morale ed etica dalle maschere teatrali, da cui discendono. O forse ci si ritrovano intrappolati da una volontà popolare, che si eccita e si riconosce più nello scontro che nell’incontro.
Maschere, dunque. Ma non sono anche io una maschera, io che ti parlo da questi 128px-quadri in b/n addobbati da un improbabile naso rosso? Non sono maschere i layout elaborati e le acute (o meno) declamazioni in 140 caratteri? E parafrasando il Poeta tutto il web un palco, ove siamo chiamati ad interpretare mille ruoli. Forse sì, o forse abbiamo trasceso questo bisogno di sintesi grazie alle mille sfaccettature esposte dalla nostra vanità e catturate, con fini più o meno altruistici, dal grande circo dei media (sociali, di massa, personali, poco importa). Non ho risposta a questo.
Torniamo quindi all’esempio iniziale, il fine giustifica i mezzi? Sì? No? È sempre vero? E se il mezzo ti danneggia? E se il mezzo danneggia chi ti sta intorno (vedi appunto Watchmen o, per chi non conosce la storia, pensa allo stratagemma di Heroes)? Dove cade il confine tra la maschera e l’individuo? Ci si può aspettare un comportamento migliore dall’uno o dall’altro? Cosa significa migliore?
Ed è proprio questo l’altro aspetto che mi incuriosisce: dalle maschere noi ci aspettiamo qualcosa. Che sia giustizia, saggezza, vendetta o passione, l’aspettativa nei confronti di un’icona è sempre alta. Una maschera non può fallire in questo. Significa quindi che le maschere non invecchiano? Non si stancano? Non evolvono? Di certo, si consumano (ho un paio di esempi a casa ;) ) e forse si rompono (non ho esempi, per fortuna, sono molto attaccato alle mie maschere).
Non so. A me piacerebbe, oggi, poter dire di essere una maschera migliore di ieri.
Prima delle elezioni andavo in giro chiedendo dove fosse sulla scheda elettorale il tasto reset. Lo penso ancora. Se ad ogni legislatura (per di più abbreviata, come recentemente accade) l’opinione pubblica salta da una parte all’altra, c’è forse da porsi una domanda profonda, che vada oltre i colori e gli schieramenti. Forse ne abbiamo abbastanza delle stesse facce, delle stesse promesse, persino dello stesso look. Forse una repubblica appena costituita su uno scacchiere post-bellico ha necessità diverse da quelle di un paese europeo del XXI secolo.
O forse no, e tendiamo naturalmente all’autodistruzione.
Ho menzionato la politica. Il peso specifico ed i grandi numeri li lascio come esercizi al lettore. Almeno per ora.

