C’è nebbia, fuori. Alessandria la immagino sempre così: stretta nel suo manto d’oblio, sorda al mondo, ipocondriaca, squisitamente snob. Alzo gli occhi dall’eee che mi ha accompagnato a casa, quella 1.0, e osservo la campana a vento appesa sopra al mio letto d’infanzia dondolare, l’escursione sufficiente ad animare la stella/pendolo, ma non a far emettere suono alla struttura. Sento il sopracciglio sinistro sollevarsi interrogativamente, quando noto che anche lo specchio di Lupo Alberto, cimelio di una manciata di compleanni bisestili fa, sta oscillando.

Ricordo la stazione Centrale di Milano, oggi pomeriggio, e la folla che osserva tra l’ansioso ed il rassegnato il tabellone delle partenze, testimoniare che l’Alta Velocità è stata sospesa a poche ore dalla nascita, la verginità compromessa da un prurito tellurico. Alle mie spalle, un viaggiatore-wanna-be sentenzia con cadenza brianzola “fichissima la nuova stazione, peccato non funzioni un cazzo”.

“Assestamento”, penso, senza staccare le dita dalla piccola tastiera. Pochi istanti dopo dallo schermo fanno eco le armoniche che si sono propagate nel ciberspazio. Divertito, sorrido.