alla fine non è che di appunti ne abbia presi molti a Playful. Alcuni interventi però mi hanno colpito particolarmente:

James Wallis ha dissertato sulla natura del giocare (“play” in inglese), di come essa sia un’attività intrinsecamente interattiva e di come quindi libri e teatro (tradizionali) per loro natura non la assecondino. Passaggio su Queneau e l’OuLiPo, l’invenzione del primo libro interattivo, quindi breve storia dei giochi di ruolo e dei videogame, sino a ipotizzare nuovi tipi di interazione. Qui le slide.

Roo Reynolds, geniale come sempre, ha dimostrato come trasformare il controller di Rock Band in un vero strumento musicale (sort of). Qui le slide (con audio)

Kars Alfrink, unico non madrelingua, ha parlato della sua esperienza al confine tra game design e interaction design. “Progettare per i giocatori (in senso lato n.d.Bru) è come tentare di tenere in mano un uccellino: se stringi troppo lo uccidi, se stringi troppo poco vola via”. Il suo consiglio è “Quando vuoi che il tuo progetto sia come un gioco, riduci le specifiche”.

Matt Irvine Brown ha presentato alcuni progetti di interazione “ludica”, come  una sorta di “trumpet hero” e singing sock puppets, spiegando come sia semplice introdurre un elemento ludico in un ambiente qualsiasi e di quali straordinari effetti si scatenino.

Tom Armitage sul tema “tutto è multi-giocatore ora”. Tom ha creato un ponte tra videogiochi e social software, e condotto la conversazione su questo binario parallelo, partendo da una citazione di Raph Koster: “I giochi in solitario sono aberrazioni storiche” e arrivando ad argomentare sul fatto che “tutto” (nel senso di tutte le esperienze), in realtà, sia sempre stato multi-giocatore (sociale), anche se di natura asincrona.

In tutto e per tutto, insomma, un evento entusiasmante.

Guardando al futuro prossimo, invece… il weekend del 22/23 novembre sarò (salvo cataclismi) al RomeCamp.

Nicola & co stanno facendo, mi sembra, un ottimo lavoro nell’organizzare l’evento: finalmente un barcamp di due giorni, dove gli argomenti scelti (ambiente, società, tecnologia), mi sembra catturino bene quelli che sono stati i temi principali della conversazione globale di quest’anno.

Anche il fatto di invitare a condividere in anticipo i temi delle presentazioni può essere utile a far nascere conversazioni che portino ad una platea più “preparata” e curiosa durante l’evento. Infine il coinvolgimento dell’Università ha tra i lati positivi il fatto che (spero) si vedranno un bel po’ di facce nuove (non sono molto per i barcamp di famiglia).
Sul piatto dei “meno”: il coinvolgimento dell’Università, per le esperienze avute in passato circa il supporto (nullo), la (poca) flessibilità nella gestione degli spazi, e la burocratizzazione paranoide di ogni dettaglio – speriamo bene;  il fatto che non vedo nessuno sforzo d’apertura ad una platea internazionale; i numeri, che mi sembrano puntare ancora una volta nella direzione di un evento dove pochi (i soliti) parlano e tanti (tra cui quelli che potrebbero dire qualcosa di nuovo) ascoltano (o si mettono a chiacchierare nei corridoi con chi già conoscono).

Per inciso, non ho assolutamente nulla contro la formula appena descritta, è solo che si chiama conferenza :)

Nella prossima puntata: cosa presentare al RomeCamp? Prossimamente su questi schermi ;)