Quello che segue proviene da un “draft” di qualche mese fa. Non ricordo a proposito di cosa lo scrissi, tuttavia rileggere queste poche righe oggi mi ha portato ad una riflessione, che ho aggiunto in calce.
Non so voi, ma a me piace pensare alla storia (personale, locale o globale) come ad una progressione lineare, o meglio una linea continua che, tra alti e bassi (in cosa decidetelo voi), porta da un momento ad un altro sull’asse del tempo. E se si considerano le cose da una distanza sufficiente, sicuramente è così.
Se si guarda da vicino però, la storia è difficilmente considerabile una progressione continua. Piuttosto, si articola in piccoli e grandi salti, costituiti dalle decisioni e conseguenti azioni (o mancanza di).
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Siamo esseri discreti: viviamo impulsi di determinazione seguiti da intervalli di reazione.
Come palline in un flipper, per intenderci (nota per i pignoli in ascolto: intendiamo i colpi di paletta come determinazione, via).
A differenza delle biglie di ferro, tuttavia, il cui rapporto con l’ecosistema è costruito in modo da avere minimo attrito, massima inerzia, durabilità tendente all’infinito e percezione nulla, noi esseri umani siamo dotati di sensi, arti, memoria ed un tempo (finito). Tutto sta ad imparare ad usarli.
La ricompensa è vivere la differenza tra la biglia di cui sopra ed un veliero in mare.
Il punto della questione, a mio parere, è evitarela parzialità.
In altre parole, arroccarsi dietro un’unica visione (vicina o lontana) volendo negare e/o ridurre l’altra a quella preferità.
Questo porta alla incapacità di porsi in un dimensione meta “rispetto” al punto di vista che si sta adottando, finendo per subirlo e (più o meno attivamente e più o meno consapevolmente) convivere col bisogno che anche gli altri “la vedano” alla stessa maniera.
La difficoltà di non agire immediatamente, tollerando la frustrazione e impotenza delle zone e/o fasi di mezzo, vaghe, ambigue, oscure porta ad un bisogno di controllo e/o di gratificazione deleterio. Alla lunga questa modalità mina la capacità di “fermarsi” e chiedersi a che gioco si sta giocando invece di identificarsi completamente nel vincere la gara.
Quello che mi colpisce e mi interessa maggiormente sono queste quotidiane difficoltà che, comuni, diffuse, condivise, obliate dal mal comune (ho dubbi sul mezzo gaudio)si sommano, si legano tra loro creando i quotidiani limiti con il quale conviviamo nelle relazioni, nel lavoro, ecc..
non ci siamo capiti.
se è inerzia non è “difficoltà di non agire immediatamente, tollerando la frustrazione e impotenza”, è più non rendersi conto che ci si sta muovendo in una direzione precisa, fino al prossimo attimo di presenza.
No, più semplicemente, partendo dal tuo spunto mi sono spostato su altri temi :)