Continuando sul mood di ieri, in pieno trip Watchmen-esco, stamani mi sono ritrovato sul treno a rimuginare sul dilemma dell’adeguatezza di mezzi e fini, che è uno dei temi principali della graphic novel (e suppongo del film).
Ovviamente, nella storia, i diversi personaggi assumono posizioni radicali in una direzione, nell’altra, o nell’indeterminazione. Pare essere una caratteristica degli avventurieri mascherati, quella di prendere posizioni assolute, nette, agli estremi dello spettro. Spesso finendo con l’incarnare ideali opposti, grottescamente analoghi nella sostanza.
Quando la verità (credo) così spesso si trova (se la si trova), in qualche pertugio frattale, persa in una sfumatura in continua, imprevedibile evoluzione. E se è difficile afferarla quando si guarda, anzi si ascolta a 360 gradi, come anche solo concepirla dai confini dello spettro?
Avventurieri mascherati, dicevamo. Forse ereditano questa concezione monotòna di morale ed etica dalle maschere teatrali, da cui discendono. O forse ci si ritrovano intrappolati da una volontà popolare, che si eccita e si riconosce più nello scontro che nell’incontro.
Maschere, dunque. Ma non sono anche io una maschera, io che ti parlo da questi 128px-quadri in b/n addobbati da un improbabile naso rosso? Non sono maschere i layout elaborati e le acute (o meno) declamazioni in 140 caratteri? E parafrasando il Poeta tutto il web un palco, ove siamo chiamati ad interpretare mille ruoli. Forse sì, o forse abbiamo trasceso questo bisogno di sintesi grazie alle mille sfaccettature esposte dalla nostra vanità e catturate, con fini più o meno altruistici, dal grande circo dei media (sociali, di massa, personali, poco importa). Non ho risposta a questo.
Torniamo quindi all’esempio iniziale, il fine giustifica i mezzi? Sì? No? È sempre vero? E se il mezzo ti danneggia? E se il mezzo danneggia chi ti sta intorno (vedi appunto Watchmen o, per chi non conosce la storia, pensa allo stratagemma di Heroes)? Dove cade il confine tra la maschera e l’individuo? Ci si può aspettare un comportamento migliore dall’uno o dall’altro? Cosa significa migliore?
Ed è proprio questo l’altro aspetto che mi incuriosisce: dalle maschere noi ci aspettiamo qualcosa. Che sia giustizia, saggezza, vendetta o passione, l’aspettativa nei confronti di un’icona è sempre alta. Una maschera non può fallire in questo. Significa quindi che le maschere non invecchiano? Non si stancano? Non evolvono? Di certo, si consumano (ho un paio di esempi a casa ;) ) e forse si rompono (non ho esempi, per fortuna, sono molto attaccato alle mie maschere).
Non so. A me piacerebbe, oggi, poter dire di essere una maschera migliore di ieri.
dal mio punto di vista non si tratta di maschere (perche’ sono molto piu’ goffmaniana di quanto io stessa non voglia accettare) ma di veri e propri ruoli che interpretiamo, completi di tutto l’arredo scenico che ci permette di stare sul palco. Tant’e’ che la curisita’, l’incredulita’ o l’incertezza scaturiscono dalle discrepanze nell’interpretazione del ruolo, oppure da ruoli che si sovrappongono o che emergono casualmente dalle circostanze.
I ruoli creano aspettative, le aspettative non possono venire disattese, pena il caos nella societa’. I ruoli ci sono indispensabili per interpretare il mondo, per stereotipizzare, per avere punti di riferimento (e la complessita’ e l’umanita’ delle persone si percepisce solo quando si e’ in grado di scindere la persona dal ruolo, oppure coglierla nel suo insieme). Se non potessimo affidarci ai ruoli e agli stereotipi, saremmo privati della griglia fondamentale con cui interagire con il mondo, perche’ abbiamo bisogno di anticipare una reazione per mantenere il rapporto sociale (non a caso, la pazzia ci spaventa perche’ esce dagli schemi, perche’ i comportamenti non sono prevedibili).
Detto cio’, ognuno puo’ migliorare la sua interpretazione, oppure puo’ renderla piu’ malleabile e adattarla alle situazioni. Oppure ci si puo’ sentire migliori, il che non influisce sulla percezione esterna ma sicuramente contribuisce a rafforzare qualcosa di intimo e personale che non ha niente a che vedere con la sfera sociale. Io sono una cosa, il mio io sociale, che controllo, ha in realta’ molti meno legami con il mio io di quanto non si possa riconoscere, perche’ e’ dato in gran parte dall’interpretazione che altri ne danno e a come relazionano questa interpretazione con il proprio se’.
(scusa il pippone, porta pazienza che poi mi passa eh)
Ma comunque, non credo di avere risposto alla domanda, in quanto la risposta e’ senza dubbio quarantadue.
Uhm posto che sì, la risposta è 42, un paio di note sulla tua posizione:
1. re: maschera. Scusa, differenza di vocabolario :) io tendo ad usare maschera in senso teatrale, ossia non solo l’artefatto ma la rappresentazione di un archetipo attraverso il personaggio. Interessante il concetto di sovrapposizione e discrepanze, MA: quella che “spunta da sotto” è autentica o solo un’altra maschera, sicuramente più ancestrale ma magari altrettanto artefatta? Come si definisce l’autenticità in questo caso? :)
E poi, arlecchino è curioso, colombina può essere incerta… questo le rende forse meno maschere?
2. “abbiamo bisogno di anticipare una reazione per mantenere il rapporto sociale”… vero, interessantissimo, ma è anche alla base del genio (o del pensare fuori dalla scatola, come direbbe Luca ;) ). È alla base degli esperimenti di “follia metodica” che ho fatto in passato, uhm, forse dovrei scriverne. Il punto in questo caso è? Che responsabilità abbiamo nel predeterminare le risposte attraverso i nostri comportamenti? Meglio adeguarsi o uscire dagli schemi? Meglio assecondare o stimolare?
3. ognuno puo’ migliorare la sua interpretazione, oppure puo’ renderla piu’ malleabile e adattarla alle situazioni… quindi possiamo adattarci alla maschera; è vero anche il contrario? o forse le maschere sono istantanee immortalate in un preciso contesto, e modificabili solo per sedimentazione di strati successivi?
4. Io sono una cosa, il mio io sociale, che controllo, ha in realta’ molti meno legami con il mio io di quanto non si possa riconoscere. Il concetto di controllo mi rende sempre un po’ dubbioso, ma assumiamo che sia così, in principio. Cosa succede quando l’io sociale soffre di ipertrofia? il legame funziona in entrambe le direzioni? Voglio dire, esponendo una superficie maggiore si aumenta la pressione esercitata dalla sfera sociale, come questo modifica l’Io in relazione all’Io Sociale?
Grazie del supercommento :)
ma porc, ora mi tocca di fare un altro pippone…
te la sei cercata.
1. anch’io tendo a usare ruolo in senso teatrale, nel senso dell’artefatto ma anche nel senso degli orpelli che ci servono ad arricchire la rappresentazione. Ok, via, siamo d’accordo. Quella che spunta da sotto non puo’ che essere un’altra maschera, si’, per il semplice fatto che tutto cio’ che ha a che fare col sociale e’ definito da ruoli sociali. Non si tratta di artefatti in nessuno dei due casi, c’e’ solo una differente percezione della persona, che varia a seconda del fatto che siamo noi a rifletterci (Io) oppure che siano gli altri a rapportarsi con noi (Io sociale). Solo il se’ ha percezione della completezza, tutta la parte sociale avra’ percezione solo di una parte del se’.
2. si’, dovresti scriverne perche; non ho idea di cosa tu stia parlando :P La nostra responsabilita’ e’ strettamente legata al ruolo che interpretiamo e normalmente siamo fatti per aiutare gli altri a interpretarci. Di nuovo, non siamo noi che siamo obbligati ad adeguarci a schemi, e’ il nostro comportamento che in qualche modo soddisfa le aspettative altrui (anche un punk, per dire, se ci pensi, soddisfa le aspettative altrui, nonostante stia fuori dalle regole “prestabilite” sappiamo cosa comporta una figura che interpreta quel ruolo). Il fatto e’ che guardando al se’ da questo punto di vista, non e’ per forza qualcosa di negativo come siamo abituati a pensare. Ti faccio un esempio. Prendi un professore universitario. Se entrato in classe salisse in piedi sulla cattedra e si abbassasse i pantaloni, le attese riguardo ai comportamenti obbligherebbero i presenti a ridefinire velocemente il contesto (forse ci fa uno scherzo? forse ci vuole dimostrare qualcosa? forse e’ diventato pazzo?). Poi esci dall’aula, il bidello sta dando lezioni di canto. Poi esci all’esterno dell’edificio, il muratore raccoglie fiori in un prato e li consegna ai passanti. Immagina di protrarre questa situazione all’infinito senza poter trovare una spiegazione razionale (per esempio, e’ carnevale) e puoi capire a cosa mi riferisco.
Il problema e’ che l’uomo non e’ fatto per ridefinire velocemente in questo modo qualsiasi contesto. Di questo si parla quando si parla di aspettative sociali. Senza schemi finirebbe per impazzire.
3. certo, anche il nostro ruolo sociale si adatta a noi. Siamo tutti piu’ o meno figli modello, lavoratori modello, studenti modello. Ma siamo tutti figli, lavoratori o studenti. O fidanzati. O mogli e mariti. Siamo tutti qualche ruolo per qualcuno che ci osserva. Infatti, se ti sei mai ritrovato a parlare di sesso coi tuoi genitori (il che ti obbliga a ridefinire i tuoi genitori come coppia e non come genitori), la discrepanza provoca un piccolo shock iniziale. Poi possiamo essere bravi o no a riadattarci e a ridefinire il contesto. In tutto questo, qualche forma di contesto deve esistere, altrimenti torneremmo al punto 2.
4. L’Io sociale che soffre di ipertrofia, che intendi? Che invade altri Io sociali o che invade il se’? Esistono forme di devianza per cui l’Io si adatta in forma anomala all’Io sociale ma sono, appunto, forme di devianza. Che succederebbe se un politico parlasse a letto con sua moglie con lo stesso registro linguistico con cui arringa i suoi elettori? Forse la prima volta sarebbe divertente. Forse la seconda volta no. Forse la terza volta la moglie ne chiederebbe l’internamento e si farebbe mantenere con costosi alimenti mensili. Il mancato equilibrio tra uno sviluppo di se’ armonico e uno sviluppo dell’Io sociale altrettanto armonico crea disequilibrio che, se protratto nel tempo, provoca discrepanze sociali che la societa’ argina con i manicomi. Forse nei manicomi esistono individui che riescono a far combaciare l’Io (quello delle pulsioni profonde, quello che scorreggia davanti a tutti, che si sbrodola, che urla, che tocca il sedere a tutte le ragazze che passano perche’ cosi’ gli insegnano le sue pulsioni). In tutti i casi, si tratta di una devianza sociale. Forse questo individuo e’ perfetto per se’, ma non lo e’ con la societa’ circostante. Volenti o nolenti, tocca fare i conti con entrambe le dimensioni.
Uhm, in generale tu riporti il discorso in termini più “macro”, nella dicotomia tra normalità e patologia. Quello che sto cercando di fare qui è guardare “sotto al tappeto” della normalità. Per rispondere ai tuoi punti (e cercando di essere breve).
1. ma l’io che tenta di guardare se stesso, vede una maschera, il sé o magari il vuoto? Può il sè osservarsi e comprendersi? A quali condizioni? (E con quali conseguenze?)
2. In breve, per un lungo periodo ho dato di proposito risposte “corrette” ma fuori dagli schemi in ogni occasione, in termini di: linguaggio, morale, prospettiva. È una cosa che mi piace fare ancora, quando mi sembra che l’interlocutore abbia bisogno di una sveglia, ma non in modo così metodico. Ovviamente, un mondo simile porterebbe alla follia, ma penso che lo stesso si possa dire di un mondo che funziona solo tramite convenzioni. Al solito, la parola chiave credo sia equilibrio. Il mio punto era, giudicare sì ma come?
Quanto alla mente umana che si adatta ai cambiamenti di contesto, questo è qualcosa che il sistema di trasporti di londra allena alla perfezione, secondo me è il loro scopo nel grande disegno dell’Universo :)
3. uhm, stai di nuovo parlando di adattarsi al contesto. Se ridefinisci il ruolo dei tuoi genitori, ti stai (e anche loro si stanno) riadattando a questo scenario in cui un figlio parla coi genitori di sesso. Ci sono aspettative e ruoli ma probabilmente nessuna delle due parti in quel momento vorrebbe essere coinvolta. E volendo stare sul tuo esempio: i genitori interverranno nella discussione in base a quella che è la loro vera natura, o daranno giudizi assennati cercando di proteggere i figli, o magari saranno iperliberali in reazione ad un comportamento oppressivo (o condizionati da uno liberale) dei loro genitori tanti anni prima?
4. No, intendo la condizione naturale ad esempio del blogger (o del VIP) nostrano: sfera sociale ipersviluppata, ergo ruolo e aspettative ben definite. Magari ci si aspetta da lui/lei che sia arguto, o simpatico, o affascinante, o stronzo, o di solito un misto delle qualità di cui sopra. Cosa accade se questa popolarità cresce di botto, magari deviando o accentuando un particolare aspetto delle aspettative? Come si modifica il comportamento dell’individuo in questo caso? Asseconderà l’aspettativa? Proteggerà il proprio libero arbitrio rifiutando il contatto? In entrambi questi casi, ad esempio, si avrebbe una modifica forte della personalità. È solo un’altra maschera?
2. Bru: “un mondo simile porterebbe alla follia, ma penso che lo stesso si possa dire di un mondo che funziona solo tramite convenzioni” - Feba: “Il problema e’ che l’uomo non e’ fatto per ridefinire velocemente in questo modo qualsiasi contesto”
Io credo di avere una posizione un po’ differente da entrambi.
Premesso che si, concordo che un mondo come quello descritto da Feba sarebbe follia (come ogni eccesso), sono però in disaccordo sul motivo.
Non credo che infatti l’esempio fatto sia “Se non potessimo affidarci ai ruoli e agli stereotipi, saremmo privati della griglia fondamentale”.
L’esempio dice soltanto che comportamenti decontestualizzati, e quindi ANCHE non stereotipati, genererebbero caos.
Ma io credo che il concetto di *vivere hic et nunc* sia fondamentale: vivere qui e adesso è ben differente sia dall’agire sempre internamente ad un ruolo singolo, sia dall’agire in modo completamente privo da un legame con il contesto.
Vivere qui e adesso significa avere il comportamento “giusto” in ogni situazione, in modo perfettamente contestuale, in linea con il “fluire” del mondo.
In realtà anche nell’esempio di cui sopra un “bidello che da lezioni di canto” sta interpretando un ruolo. Difficile parlare di assoluti: potremmo dire che “vivere hic et nunc” significa contemporaneamente avere tutte le maschere possibili e nessuna maschera (e potremmo disquisire sul fatto che ci sia o non ci sia differenza).
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Personalmente tendo a cercare di identificare ripetizioni e ad abbattere ogni volta che mi vedo comportarmi in modo ripetitivo. Principio DRY?
Questo implica anche il tentativo di eliminazione di qualunque maschera - per quanto in alcuni contesti sociali sia utile, anzi, fondamentale (ma anche questo sarebbe vivere hic et nunc…).
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Il che mi porta a pensare che comunque serve un livello di percezione e di empatia “più elevato” per potersi privare della maschera. Noi stessi siamo “abituati” ad usarle e la stragrande maggioranza delle persone neppure sa di averne una.
Adoro il comportamento di Bru di “spiazzare”… è un modo di abbattere ripetizioni e ruoli.
Le maschere comunque credo facciano parte di noi nel senso che ne costituiscono un sistema a due vie. Io le vedo esattamente come la nostra faccia: se siamo felici sorridiamo, ma se sorridiamo… apporta un po’ di felicità (come insegnano varie ricerche di Ekman et. al.).
Nello stesso modo noi forgiamo le maschere nella relazione con il mondo, ma a loro volta le maschere modificano noi stessi, in una sorta di circolo di feedback.
@folletto: Ouch, devo scappare a prendere il treno, rispondo meglio dopo. Mi lascio qui due note:
1. hic et nunc vs. tessuto sociale
2. Sorriso come medium
Bru, se continuiamo cosi’ rischiamo di non uscirne piu’ o di fare il post con i commenti piu’ lunghi della storia :P Non possiamo continuare il discorso una notte davanti a una birra, no eh? :P
Per amore di chiarezza, difficile per me fare un discorso a livello individuale, esistono troppe varianti che dipendono dal carattere, dal contesto, dalla formazione ecc, quindi se cerchiamo di individuare il comportamento del singolo finiremmo con il non poter generalizzare concludendo che ogni individuo e’ diverso dagli altri. Ci mancherebbe, senza dubbio e’ cosi’, ma questo mi impedisce di cercare degli schemi generali e di spiegare i rapporti in forma generale e a livello macro. Tu, Bru, parli di un tuo atteggiamento, hai inserito una prospettiva micro in un contesto generale, non ti pare ovvio che ognuno si comporti per se’ nel modo che ritiene piu’ opportuno, consono, adattato al contesto? E poi, non ti sembra un tantino presuntuoso ed egocentrico valutare quando l’interlocutore ha bisogno “di una sveglia”? In base a cosa decidi autonomamente le regole per la relazione con altri individui?
Fol, valutare e tenere il comportamento giusto a seconda della situazione e’ corretto e piuttosto comune, l’empatia gioca un ruolo fondamentale, si’, ma di nuovo, siamo in una dimensione micro. Io provavo a spiegare un comportamento a livello di schema generale, poi sono d’accordo con te sulla situazione singola. Non solo, la situazione singola e’ irripetibile, perche’ le condizioni di contesto, relazione e psicologiche create sono irripetibili. Quindi, a mio modo di vedere, l’hic et nunc spiega perfettamente le situazioni specifiche, ma non il comportamento generale.
Mi sto allenando a scrivere commenti piu’ corti, cosi’ alla fine potremo chiudere il discorso con il sempre opportuno 42 :P
@folletto: l’hic et nunc è chiaramente la condizione ideale (sebbene credo sia importante sottolineare che il contesto non è solo letteralmente qui e letteralmente ora, ma può essere influenzato dal cosa c’è stato e cosa vuoi / dovrà esserci), ma credo che il discorso che stavo cercando di sviscerare sia più relativo al rapporto tra l’individuo e le diverse (sue) maschere al variare della popolarità (o dell’aspettativa nei confronti) delle maschere stesse nella sfera sociale.
Quanto al sorriso, non posso esimermi dal ritornare a McLuhan: il sorriso in questo caso assume il ruolo di strumento / medium (estendendo la nostra percezione e raggio d’azione), e come tale non solo trasmette un messaggio, ma modifica il mondo e ci modifica di conseguenza. Fico!
@feba+@folletto: come si diceva via skype, questa conversazione è affascinante, in quanto le parti coinvolte si stanno confrontando non tanto su idee (sulle quali, tra le righe, mi sembra di poter dire che concordiamo), ma sul linguaggio, e quindi sul reame nel quale affrontare la discussione (psicologico? sociologico? economico?). In questo caso forse la cosa era un po’ “forzata” dal fatto che il problema posto nasce e si conclude in ambito psicologico (comportamento, pulsione), ma lo sviluppo inevitabilmente passa per la relazione con la comunità e quindi (suppongo) il sociologico (aspettative, tradizioni).
Un punto al quale mi interessava arrivare è stato citato brevemente in un paio di occasioni e cioè che l’hic et nunc presupponga un livello di percezione / empatia “elevato”. Questo diventa interessante (credo anche dal punto di vista sociologico) se possiamo generalizzare ed assumere che, ad esempio, ciò (il fatto di riuscire ad adattarsi alla situazione) non sia vero per la maggior parte degli individui, che quindi saranno più inclini a seguire schemi preordinati, o a cedere alle aspettative. Questo immagino potrebbe spostare i modelli di comportamento sociale più lontano da una visione “economica” (nel senso razionale) e più verso una “consumistica”.
Ma forse possiamo fare un altro passaggio e riconoscere la natura dinamica di questo rapporto, per cui la capacità di discernere non è una qualità “binaria”, ma dipende dalle qualità del contesto.
@Feba:
Non ritengo che sia un contesto micro. Lo è solo se lo usi per analizzare il singolo. Ma se pensi ad una situazione sociale in cui venisse applicata quella regola in modo generalizzato, semplicemente funzionerebbe.
Quello che intendevo dire è che non c’è consequenzialità a priori: il fatto di compotarsi in modo privo di maschere MA di situazione in situazione NON comporta obbligatoriamente una condizione di caos. :)
@Bru:
Si collega perfettamente con quanto detto da Bru che trovo perfetto: “l’hic et nunc presupponga un livello di percezione / empatia ‘elevato’”.
Infatti: seppure l’hic et nunc non porti al caos situazionale con una relazione di causa effetto, ma ne sia l’esatto opposto, allargando il campo di osservazione si può anche dire con una certa tranquillità che è praticamente impossibile che tutti lo facciano.
La cosa secondo me interessante è però dettata dal fatto che essendo la considerazione hic et nunc contestuale, possono tranquillamente coesistere persone in grado di farlo, con persone non in grado, senza che ci sia caos. :)