9.9.9

Premessa: stiamo tutti bene, siamo solo in silenzio radio.

Poi c’è che ogni tanto passo di qui e mi dico che dovrei scrivere, tenere traccia di quel che è, che è stato e che potrebbe essere.
Allora guardo le pagine… e le trovo brutte. Allora a volte prendo la moleskine e scrivo, a mano, o comprimo sensazioni in un tweet, o più raramente archivio qualche linea di ascii nella cartella “note”.

L’epilogo di gran lunga più frequente, tuttavia, è che qesto brodo primordiale di pensieri, sensazioni, osservazioni e congetture si infrange contro la scogliera frattale dell’ipercritica estetica, disgregandosi senza lasciare (quasi) traccia.

Anche basta. ecco.

dis-trazioni

Un rumore improvviso, l’aroma di cose buone, lo scintillìo abbagliante del sole primaverile sulle onde.
Una piccola mano perde la presa e piange il primo distacco
mentre intorno germoglia un attimo di poesia.  

Watching the Watchmen

Snyder è Snyder.
Moore non è Miller.
Oh, botte da orbi, però. Divertente.

Se ti basta quello.

Milk

Wow. No, davvero.
Se non l’hai visto, corri al cinema a rimediare.

milkposter08jpg

A, B, C. It’s as easy as 1, 2, 3…

Musica. È una di quelle cose di cui non ti liberi facilmente. Non se per un tempo, nei pomeriggi dopo la scuola o nelle serate tra amici, sotto un impassibile occhio di bue o intorno ai fuochi estivi, le hai lasciato condurre il gioco; non se lei ti ha mostrato i germogli di una melodia sbocciare in fragranti composizioni, se hai assaporato l’equilibrio instabile di una fuga risolversi intuitivamente oltre le rapide degli stretti, se ascoltando una traccia hai percepito lo spettro arcobaleno scintillare e ricomporsi in un blues. Non importa quando, o per quanto.

La puoi scartare per una mano o due, forse, ma prima o poi tornerà nel mazzo e, per quanta maestria e veemenza impieghi nel mischiare le carte, ri-emergerà.
Prima timidamente, tra le righe, nelle note a margine, poi con sempre più prepotenza si impadronirà delle scena: nei toni, nelle citazioni, nei titoli.

Fino al punto in cui ascoltarla non ti basterà più.
Allora, potresti sorprenderti a pensare di riprendere in mano lo strumento che ti accompagnò sul palco, e che poi per dieci anni ha rivestito il ruolo di polveroso soprammobile.
O forse la chitarra che, appoggiata in un angolo, ti è servita di tanto in tanto come sfogo “rapido”, per dare temporaneamente voce all’estro o al desiderio di poesia e sedare i demoni.
Oppure, spinto dalla curiosità, attratto dalla sfida, decidere che è giunto il tempo di esplorare un territorio nuovo:

Perché il pianoforte (o, per essere precisi, tastiera midi, ma su questo torneremo in futuro)?

  1. È uno strumento armonico (in breve può riprodurre più note alla volta, vedi qui per i dettagli)
  2. Lo puoi suonare anche col raffreddore (a differenza dei fiati)
  3. Costituisce un pezzo di mobilia notevole (a differenza della chitarra, anche se questa può essere un’ottima alternativa ad un quadro)
  4. L’indipendenza delle mani nel piano è affascinante: mentre in tutti gli altri strumenti (eccezion fatta per le percussioni)  queste collaborano alla generazione di una o più note (ad es. negli strumenti a corda la sinistra decide la/le nota/e, la destra applica ritmo ed espressione), nel piano l’una può sviluppare un tema totalmente diverso dall’altra, come due voci in una conversazione.

Detto questo, ecco le osservazioni dei primi due giorni di esperimenti:

Apnea & altre abitudini

Se per una decina d’anni “fare musica” ha significato soffiare in un tubo (di legno o ottone, poco importa), cominciando  ad articolare semplici melodie sulla tastiera, ti ritroverai a trattenere il respiro durante le note e prendere fiato durante le pause. Pessima abitudine: un’altra cosa di cui ti renderai conto abbastanza in fretta è che i pezzi per fiati sono (generalmente) costruiti assecondando questa necessità (respirare), così non è  per i pezzi scritti per altri strumenti.

Location, location, location!

Una buona impostazione è fondamentale: durante la prima serata ho cercato di riprodurre melodie più o meno semplici, finendo sistematicamente con le dita ingarbugliate dopo poche battute. Oggi ho ceduto all’orgoglio e ho sfogliato i primi capitoli di un manuale per principianti, scoprendo le (sorprendentemente) poche nozioni fondamentali che mi hanno permesso di:
a. fare esercizi per ore senza crampi
b. ottenere un minimo di soddisfazione riuscendo effettivamente a suonare un pezzo da cima a fondo
c. accendere una lampadina e capire il perché di alcuni passaggi nei componimenti elementari (l’equivalente delle pause nei pezzi per fiati).

La magia del plug’n'play

Il fatto di potersi sedere alla tastiera e suonare (senza dover montare lo strumento, accordarlo, scaldarlo o altro) non ha prezzo.

Per i più curiosi: note geek

Quella nella foto (che poi è la stessa che troneggia in soggiorno) è una M-Audio keystation pro 88.
Trattasi di un controller MIDI e quindi, di per se, muto. Il lato positivo di questo modello è che basta un cavo USB per alimentarlo e collegarlo ad un programma audio (personalmente sto usando GarageBand, il pianoforte non è male). Trattandosi poi di un componente MIDI esiste un universo di sintetizzatori, campioni ecc. coi quale riprodurre potenzialmente infiniti timbri / strumenti (io sto giocando con Zebra, affascinante).
Gli 88 tasti sono pesati, quindi sia le dimensioni che la sensazione al tatto sono molto, molto simili a quelle di un pianoforte acustico, che era poi la cosa che mi interessava di più. Ah, ci sono anche un numero spropositato di potenziometri in forma di rotelle e slider, prima o poi esplorerò anche quelli ;)

FaceBook and all that jazz

disclaimer: al solito, solo appunti. Prosegui nella lettura a tuo rischio e pericolo.

facebook-maz-hardey

Maz pensa che Facebook sia una condizione sociale, mr X investe tempo per comprenderne i meccanismi di privacy e trasformarsi nell’avatar invisibile, legioni di pelosi amici virtuali gongolano vezzeggiati da un click

Quattro condizioni principali: quelli che usano Facebook come un gioco (hey! ho più amici di te quindi sono più cool), per guadagnare attenzione (hey! ho più amici di te quindi mi dovresti ascoltare) o come facebook (hey! ecco tutti i miei compagni delle medie! Tapparella giù e bottiglia! Come sarebbe “porta pure ma non entri”?). Chiamiamoli entusiasti.
Quelli che Facebook assolutamente no, non lo possono vedere, lo considerano un’offesa al principio stesso della privacy, o un mezzo di controllo di massa, o uno stupido passatempo per gente stupida. Ecco gli iconoclasti.
Quelli che l’etichetta prima di tutto, il rispetto della privacy poi e la disponibilità per finire. Li riconosceremo come i puristi.
Infine quelli che su Facebook ascoltano, osservano, lo trattano come una sessione di window shopping o una gita allo zoo. Anche loro cercano un ritorno, ovviamente, ma questo è dato più dall’interazione indiretta, osservata tra le altre persone che quella in cui sono direttamente coinvolti. Un po’ voyeur un po’ scienziati pazzi, li chiameremo sensibili.
Oh, è poi c’è chi FB proprio non lo considera: lo sfondo,  la cornice, la platea… 

Nota: tutti questi gruppi possono subire degenerazioni. Gli entusiasti diventano spammer, gli iconoclasti inquisitori, i sensibili voyeur (già detto) e i puristi, beh non saprei, ma ognuno ha le sue debolezze :)

Più interessante, invece, il fatto che puristi, iconoclasti ed entusiasti definiscono, in pratica, l’esperienza di Facebook. O la sua voce. Un po’ come una triade:

accordo8

 

 

Nella teoria musicale, queste tre note hanno nomi e funzioni specifiche:

. La prima è chiamata tonica. È generalmente la prima nota di una composizione e ne determina la tonalità e l’accordo principale, intorno al quale viene costruito il pezzo. Viene considerata statica, in quanto la creazione musicale tende ad essa, un po’ come una biglia lasciata libera in un cono rovesciato tenderà a posarsi sul fondo, una volta esaurita l’energia con la quale era stato messa in moto all’inizio della composizione. Nel caso di una composizione in Do, ad esempio, Do sarà la tonica, e il pezzo tipicamente comincerà e terminerà con la nota Do. Ecco quindi un altro nome per i puristi.

. La terza è la dominante, ed è considerata dinamica in quanto intorno ad essa si sviluppa l’intera creazione musicale. Proprio come nel caso degli entusiasti, che smuovono (a volte intorbidendo) le acque di un social network. Sempre nel caso della composizione in Do, la nota dominante è il Sol.

. La seconda è la modale. È la terza nota della scala (mi nel caso della scala di Do) e il suo nome deriva dal fatto che essa determina il modo (o carattere) della scala/accordo alla quale appartiene.  Gli iconoclasti, che remano contro allo sviluppo di FB, possono essere considerati una caratteristica minore. Ebbene sì, stiamo raccontando una storia malinconica.

La più semplice tonalità minore è il La, quindi in questo esempio avremo una nuova struttura: 
. La = I = tonica (puristi)
. Do = III = modale (iconoclasti)
. Mi = V = dominante (entusiasti) 

Uno dei pezzi più famosi in La minore è questo:

 

Ma che fine ha fatto il quarto gruppo?
Chi ha provato a suonare la chitarra probabilmente ricorda il fantomatico “giro di do”; è una sequenza di quattro accordi (Do magg, La m, Re m, Sol 7) che sta alla base di un numero imbarazzante di canzoni di musica leggera.
L’ultimo accordo, Sol 7, si chiama così perché oltre alle tre note incontrate fino ad ora (I, III, V) contiene la VII (Fa# nel caso di Sol maggiore, Sol nel caso di La minore, semplice no?).
Guarda caso, questa nota prende il nome di sensibile ed è associata ad un senso di instabilità e di disequilibrio: è lo sporgersi dal balcone per guardare oltre, è il dondolarsi sulla sedia e lo spingersi un metro più in alto sull’altalena.
Ma attenzione, c’è una cosa che uccide la settima: nelle scale minori essa perde tutto il suo potenziale eversivo, arrivando ad assumere il nome subordinato di  sottotonica. Per salvarla, abbiamo bisogno di un accordo di settima minore/maggiore (credo che in italiano si dica accordo di sesta specie, da verificare).

In altre parole: bye bye Beethoven, è tempo di jazz :)

(o di pink floyd)

1001

I dodici mesi passati sono stati per lettura e sintesi.

Quelli a venire per i dettagli, la curiosità e l’esercizio.

pre/senza

Da post-it e taccuino, in data 28-12-2008

Il 2008 è a poche ore dal decesso e come ormai tradizione i media (e la blogosfera in particolare) sono scossi dal meme periodico dei bilanci e dei propositi. Per una volta i compiti a casa li ho preparati per tempo, ma mi riservo di completare le note a margine ed archiviare san silvestro prima di scoprire le carte.

Piuttosto, negli ultimi giorni, complici la neve, il ritmo bradipico della vita nella città natia e la mancanza di un adeguato punto d’accesso alla qui presente Multi User Delusion, ho preso appunti su alcuni esempi di evoluzione della percezione della presenza.

Tre gli aneddoti sul tema:

Casa, Alessandria, 23/12

È circa mezzanotte e sto pigramente facendo il solito “ultimo” (ovviamente destinato a non essere mai tale) giro d’ispezione su mailbox e social network, quando ricevo la notifica di un nuovo contatto su facebook. Il nome mi dice qualcosa ma ci metto qualche secondo a collegarlo ad un volto: è Alberto, amico d’infanzia che passava, come me, le estati in un piccolo paese dell’appennino piemontese. Lo aggiungo subito, tra il sorpreso e l’incuriosito. Dopo pochi istanti Alberto mi contatta sulla chat, scomodissima come gli scalini del Bar dove immancabilmente ci ritrovavamo ogni giorno, in quelle lontane estati. Frase dopo frase, battuta dopo battuta, la conversazione ritrova il suo ritmo, vecchi ingranaggi si mettono in moto frantumando le incrostrazioni e la ruggine.

Dal nulla, o meglio dalle profondità dei relativi gradi di separazione, spuntano poi altri due, tre, infine quattro ex-bambini, ed ecco che all’una di notte siamo di nuovo lì, una compagnia animata e simpatica, forse un po’ annoiata da quelle spigolose gradinate virtuali del Bar, ma hey, non c’è di meglio.

L’elemento peculiare qui per me è stata la trasposizione quasi violenta del clima delle estati bucoliche, passate armato solo di carta, penna e corse nei boschi, nell’intimità sintetica di uno schermo lcd.

Di noi 3, Alessandria, 24/12

Il dinoi3 è un locale piuttosto recente, decisamente successivo alla mia prima fuga da Alessandria, di quelli dove sai che troverai un’ottima scelta di cibarie e qualche buon vino, senza particolari aspirazioni elitarie. Ci sono spesso djset (o come si chiamano) e forse questo lo rende poco adatto per condurre conversazioni complesse, ma è solitamente meno affollato del vicino irish pub. Fatto sta che, la notte del 24, non particolarmente ispirato a rendere grazie, mi ci sono rifugiato intorno alla mezzanotte, curioso di scoprire con quali melodie i dj avrebbero affrontato l’assedio di jingle bells. Durante la serata, ecco che saluto tre ex-ex-compagni di scuola, che non vedevo ovviamente da anni, ivi giunti indipendentemente. E dire che non c’è poi tutta ’sta gente nel locale… è chiaro che ogni luogo di ritrovo ha una sua “frequenza” e funge da faro per un certo mercato. Inoltre forse significa anche che (messaggio per il control freak che c’è in me) spesso è sufficiente lasciarsi attrarre da obiettivi e valori, invece che calcolare ossessivamente come raggiungerli.

Milano, esterno giorno, 26/12

Guido attraverso una Milano deserta. La adoro quando è così. Arrivando dalla tangenziale l’ho vista circondata dalla gloriosa corona alpina. Il cielo è terso ed il sole illumina senza dare fastidio. L’aria è frizzante e porta la promessa di una primavera non troppo lontana.

Mi lascia il tempo di pensare, di evocare similitudini, di confrontare luci e suoni, di registrare le mie reazioni: tutte le volte che ho abbassato il finestrino al casello, per esempio, o la percezione del traffico ed il “tracciare la rotta migliore” attraverso la città… sono cose che non facevo da tempo, muscoli che si fanno sentire ora che sono un po’ fuori forma. È, ancora una volta, la sensazione di consapevole stupore nel ritrovarti a tuo agio in un contesto. Ed è qualcosa che, purtroppo, di solito si perde nel quotidiano.

eeepiphany

C’è nebbia, fuori. Alessandria la immagino sempre così: stretta nel suo manto d’oblio, sorda al mondo, ipocondriaca, squisitamente snob. Alzo gli occhi dall’eee che mi ha accompagnato a casa, quella 1.0, e osservo la campana a vento appesa sopra al mio letto d’infanzia dondolare, l’escursione sufficiente ad animare la stella/pendolo, ma non a far emettere suono alla struttura. Sento il sopracciglio sinistro sollevarsi interrogativamente, quando noto che anche lo specchio di Lupo Alberto, cimelio di una manciata di compleanni bisestili fa, sta oscillando.

Ricordo la stazione Centrale di Milano, oggi pomeriggio, e la folla che osserva tra l’ansioso ed il rassegnato il tabellone delle partenze, testimoniare che l’Alta Velocità è stata sospesa a poche ore dalla nascita, la verginità compromessa da un prurito tellurico. Alle mie spalle, un viaggiatore-wanna-be sentenzia con cadenza brianzola “fichissima la nuova stazione, peccato non funzioni un cazzo”.

“Assestamento”, penso, senza staccare le dita dalla piccola tastiera. Pochi istanti dopo dallo schermo fanno eco le armoniche che si sono propagate nel ciberspazio. Divertito, sorrido.

Stanze

Arcadia, interno, notte

I tomi si accumulano lentamente ai piedi del leggìo, mentre  alle mie spalle volteggiano fogli di pergamena, forse spinti dall’iniziale slancio del saper essere carichi di valore per avermi obbligato a considerare, soppesare e distillare pensieri ed esperienze, prima di realizzare di essere giunti in fondo, destinati all’oblio da quello stesso inchiostro che li ha ingravidati di significato senza destinatario. Così, appesantiti, stanchi, si accasciano infine sul pavimento ligneo, in ordine sparso.

SE1 Londra, interno, notte

osservo i due schermi disposti ad un angolo di circa 150 gradi, sviluppare una sorta di panoramica su scrivanie immaginarie sulle quali sono disposte rappresentazioni grafiche di conversazioni, istruzioni in diverse lingue, alcune di queste dedicate ad automi e costrutti artificiali, realtà alternative, conoscenza. Oltre gli schermi, la grande vetrata e, ad un centinaio di metri nel buio dell’inverno londinese, alcune finestre che proiettano le sagome indaffarate di una pantomima domestica.

Kublai, esterno, notte

Seduto nella posizione del loto su una delle panche nel Porto dei Creativi, lo sguardo un po’ assente e gli occhiali da sole totalmente inadeguati per la notte sintetica, ascolto i kublaiani riuniti intorno ai bidoni di latta dai cui sprigionano fiamme generate da un algoritmo di particelle sufficientemente casuale da non apparire (troppo) fastidioso, ma decisamente lo-fi per trasmettere verosimiglianza. Alcuni dei presenti ostentano sigarette che emettono fumo secondo una variante dello stesso algoritmo.

La qualità dell’audio, per contro, è eccellente: se chiudo gli occhi e lentamente sposto la “telecamera” (il mio incorporeo punto di vista), ho la sensazione di camminare in una stanza pervasa da voci reali/fisiche, con l’occasionale, inevitabile shock quando a prendere la parola è un avatar tracheotomizzato da un microfono scadente o dall’insufficiente larghezza di banda. 

Si parla di alcuni dei progetti a sfondo musicale, di come questi possano imparare e trovare gli elementi comuni per aiutarsi a vicenda e crescere più sani. Trovo interessante il fatto che questa conversazione avvenga proprio qui. In un altro mondo, prendo appunti sul fatto e decido di approfondire.

Al termine della riunione nessun rituale scambio di biglietti da visita né dialoghi scontati con indaffarati centralini dei taxi: gli alter ego più a modo si esibiscono in un rigido inchino, gli altri svaniscono semplicemente. La quiete giunge improvvisa, quasi dolorosa, interrotta solo dal periodico campionamento di una civetta mediterranea e dall’ipnotico pattern delle fiamme nei bidoni.