Spettacolo in-cre-di-bi-le: Graziano è stato in grado di trasfigurarsi ed entrare perfettamente nel ruolo dell'immigrato arabo, tanto che, arrivando di corsa all'Arsenale, non l'avevo nemmeno riconosciuto, dietro al mazzo di rose, di fronte al cancello...
Lo spettacolo in se, era caratterizzato da una scenografia essenziale (una sedia, un libro, un lampadario); palco con spalle all'ingresso, dal quale penetrava la luce fredda dei neon; interessante.
Un'ora e un quarto di monologo, con ritmo serratissimo, accidenti se sa come tenerti incollato!
La serata si è conclusa con una pizza sui navigli, colorita dai racconti dei dietro le quinte della Pentesilea di Stein.
Ma c'è molto altro...
Questo spettacolo mi ha fatto riflettere... molto...
So di essere un perbenista ipocrita, lo siamo quasi tutti, eppure non finisco mai di stupirmi di quanto mi possa essere indurito in questi pochi anni di vita, di come riesca ad osservare la miseria con assoluto distacco, freddezza, al limite del disprezzo.
Tornando da Torino, sul treno, sono stato avvicinato da una serie di mendicanti; ce ne sono in ogni stazione, sicuramente li avrai incontrati anche tu, nella tua città: "non ho i soldi per tornare a casa, mi puoi aiutare con qualche centesimo?!", e frasi simili.
Ed ecco cosa succede, esattamente questo: generalizzo. Associo ad una persona, un essere umano, che ha una sua storia, una sua personalità, dei suoi pensieri, una sua individualità, tutta una categoria, classificata dalla personalissima ed esclusivissima segretaria che mi porto sempre appresso, in testa. Perdo di vista il quadro e mi identifico col particolare, che così riempie il mio orizzonte.
Poi cosa accade? Arriva il primo mendicante, metto la mano in tasca automaticamente, e con un malcelato (sarebbe pure ben celato, ma lo conosco troppo bene), senso di falsa carità, penso di gratificare la mia coscienza facendo un po' di beneficienza. Estraggo una moneta, sono due euro, un demone mi sale in groppa e ci rimango male. Imbarazzo, do la moneta, sorrido con falsa indifferenza, come se ci fossi abituato, mentre dentro di me qualcosa grida.
Passano pochi minuti, ed ecco che mi si avvicina un altro mendicante, che sta facendo il giro del treno e, con una formula leggermente differente dal suo predecessore, tende la mano ad ogni scompartimento. Questa volta faccio appena in tempo ad accorgermi che sto per reagire, mi sento scacciarlo con voce seccata... soddisfatto della pace preservata, ma intimamente schifato di me stesso, mi sprofondo nella lettura di un libro e affronto il viaggio...
poco dopo...
Milano, stazione centrale. Scendo dal treno, ancora mi tornano frequentemente le immagini degli incontri coi mendicanti; arrivo vicino alle scale mobili e noto una coppia piuttosto strana: due tizi, alti e ben piantati, ma in qualche modo differenti, nell'aspetto e nel modo di fare, che non c'entrano proprio nulla l'uno con l'altro, avanzano verso le banchine, a braccetto.
Rimango qualche breve istante a fissarli, mi passano a fianco, li seguo con lo sguardo quel tanto che basta per notare che uno dei due ha le mani ammanettate. Ecco perché sembrava così goffo! Non mi era mai capitato di vedere una scena del genere, mi colpisce. Intimamente sento nascere una lotta, qualcosa dentro mi chiede di schierarmi, necessita di un'interpretazione: chi sarà l'eroe? il furfante romantico e anticonformista che lotta contro un sistema dispotico ed ingiusto, o l'integerrimo protettore della libertà che ha messo al sicuro un altro soggetto pericoloso?
Dare un nome alle cose, interpretare, inscatolare; sempre, istantaneamente. Senza curarsi neanche tanto di quale etichetta viene data, basta darne una. Questo fa, costantemente, la mia buona segretaria. Se solo imparasse ad utilizzare tutte le etichette, a gestire tutte le scatole...
