Galeotto fu il libro e chi lo scrisse...0
Una frase che lessi tanto tanto tempo fa, ma che mi segnò a fondo.
Mi è tornata alla mente oggi, emersa dalle nebbie della memoria, in quanto mi sono ritrovato a pensare con malinconica insistenza ad un'altra "Francesca", con la quale, nei panni di un novello "Paolo", ho condiviso la passione per un libro, una leggenda, una visione.
Bisogno. Bisogno di gratificazione. Quella sensazione di orfanezza che ti fa desiderare di sentire qualcun'altro dirti, con quel tono, sì, proprio quello, "anch'io la penso così, potremmo provarci insieme".
Un modo molto razionale per innamorarsi (di una causa, di un'ideale o di una donna, poca è la differenza), non c'è che dire. Una contraddizione in termini? Forse.
Ma cosa scatena, in me, l'innamoramento?
Parlando di una donna, ciò che dice, ciò che sente, ciò che fa o è.
E in realtà basta anche una sola, di queste cose, in ogni momento dato.
Serve però anche un altro ingrediente: l'attitudine.
E questa è una cosa mia, personale. Quel "lasciare aperta la porta del cuore", quella "voglia d'innamorarmi" (chissà perché mi escono tutte citazioni musicali), l'ascoltare l'altro con quell'attenzione che in realtà è una continua proposta.
E allora si può scatenare la chimica dell'innamoramento.
Almeno io funziono così.
E quando finisce la "reazione"? Che accade?
Ripercorro mentalmente le mie storie passate e mi rendo conto che, per me, ognuna di esse sì è spenta nel momento in cui avevo bisogno di qualcosa che l'altro non mi poteva dare: magari cercavo di comunicare o sviluppare un'idea che lei non condivideva, oppure avevo bisogno di emozionarmi ed essere ascoltato e lei non era disponibile, o ancora volevo fare qualcosa che lei non condivideva.
Oppure, quando mi sono concentrato troppo su me stesso, magari autonutrendomi di una gratificazione fine a se stessa ("è così bello, non può esserci qualcosa che non va!").
Forse prima di dare inizio ad una storia bisognerebbe verificare di essere attratti dall'altra su tutti e tre i "piani", e verificare poi, costantemente, la propria attitudine.
E non esistono scuse in questo, non c'è giustificazione che tenga.
Ma qui siamo nella pura speculazione mentaloide e utopistica, per giunta :)
E, buffo a dirsi, questa cosa un po' mi rincuora, siccome attualmente (con attualmente tendente alle ultime ore), "soffro" di un'infatuazione corrente che è, credo, piuttosto "sbilanciata": ho infatti qualche vocina dentro che pone dubbi sul valore estetico che, oltre a fomentare un certo imbarazzo nei confronti del mio perbenismo ipocrita, avvalorerebbe questa mia tesi di prevenzione del rapporto.
Eppure mi sconvolge ugualmente. Penso ad un nome, ad un volto, ad una risata, ed il mio umore migliora, il mondo si tinge di tinte pastello, eccetera eccetera. Patetico? No, piuttosto realistico.
D'altro canto, è proprio di pochi giorni fa una discussione nella quale difendevo a spada tratta l'impossibilità e l'inutilità di tentare di giustificare razionalmente quelle azioni che sono determinate dalla passione: che si tratti di una scelta di carriera, o di una relazione sentimentale, poco cambia.
A che pro quindi sezionare col coltello della ragione un'emozione? Forse il nocciolo della questione sta proprio qui?!
Ancora una volta, non sforzarsi per raggiungere la meta, ma lasciarsi attrarre da essa.
The guy behind the red nose and this blog is Riccardo "Bru" Cambiassi.